Il Tirreno

Oltre le correnti e ogni ideologia per scoprire la natura

di Massimo Bertozzi
Oltre le correnti e ogni ideologia per scoprire la natura

Il critico Massimo Bertozzi racconta l’artista e amico «Fingeva di non saperlo ma lui era davvero un poeta»

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MASSA. Il Novecento di Gigi è stato, per sua e nostra fortuna, un secolo lungo.

Nato mentre l'Italia si apprestava ad entrare nella Grande Guerra, ha attraversato interamente il secolo scorso, imparando sulla propria pelle il peso della dittatura, il prezzo della libertà, la fatica di esprimersi senza compromettersi, con niente e con nessuno.

Impermeabile a qualunque ideologia, e refrattario a qualunque teoria artistica, è sopravvissuto alla morte delle ideologie e al rapido tramonto di tante mode e correnti artistiche.

Senza smettere per questo di sentire con il proprio tempo.Ma un artista non può essere, come un uomo qualunque, costretto al contingente, ieri delle ideologie oggi delle mode.

Gigi ha, infatti, sempre considerato il fatto che ancorare l'assoluto del fare artistico a qualcosa di transitorio, come l'idea di contemporaneità, che è qualcosa in continuo divenire, fosse un controsenso; la conseguenza sarebbe quella di costringere un artista ad accasarsi, ad essere, come si dice ora con orribile inglesismo, “di tendenza”. Quel orreur!, direbbe ancora una volta Guadagnucci.

Perché poi, a voler dirla dal suo punto di vista, cosa può mai significare essere del proprio tempo, per un artista nato proprio mentre risuonavano i primi proclami delle avanguardie, che si è formato nella stagione dei più rigidi richiami all’ordine, che manifesta la sua personalità quando anche l’astrattismo e l’informale hanno dato il meglio di sé, e l’arte vive solo di concetti e comportamenti, un artista che costruisce il suo splendido tramonto quando della scultura sembra non importare più niente a nessuno, quando ancora una volta si celebra la morte dell'arte?

Se un artista di tali trascorsi si fosse lasciato convincere ad essere del proprio tempo, avremmo forse oggi un amico più famoso e più celebrato, ma probabilmente uno scultore in meno.

L’unica arte del proprio tempo è infatti l’accademia. «Grazie no!» ha sempre risposto Guadagnucci.

Per lui infatti scolpire ha voluto dire cercare risposte a domande che non sono ancora state formulate, oppure a domande che si ripetono da sempre, ma che ancora non hanno trovato risposte soddisfacenti.

Non si spiega altrimenti il senso del divenire che anima tutta la scultura di Gigi. Quel senso lieve di movimento, che si articola fra lente evoluzioni e improvvise accelerazioni, si riferisce sempre e comunque al tentativo di fare dello spazio una misura del tempo; o più precisamente è l’aspirazione ad una forma che insista nello spazio, solo allo scopo di accompagnare fino a noi il tempo che viene.

Si è sempre insistito, a proposito del lavoro di Guadagnucci, sulle sue straordinarie capacità di tagliatore di marmo. Fino a far diventare questa considerazione un luogo comune. Così è in effetti; ma i luoghi comuni si trasformano inevitabilmente in un eccesso di verità, tendono a nascondere, o relegare in secondo piano altri aspetti, forse meno scontati ma non per questo meno veri, di uno stesso fenomeno.

Gigi, infatti, aveva una mano sapiente, ma solo perché era sostenuta da una capacità di sentire e di trasmettere emozioni fuori del comune.

Gigi insomma era un poeta, anche se faceva finta di non saperlo e si ingegnava soprattutto a non farlo vedere.

Da qui infatti il senso di immanenza che ha accompagnato la sua vita, l’aspirazione a far parte, anima e corpo, della natura, che ha alimentato la sua scultura e dato corpo al suo sano realismo.

Infatti la sua intenzione non è mai stata quella di copiare la vita, ma di dare forma, corpo e sostanza, al senso della vita, alla sua complessità e alle contraddizioni che la governano.

Così se a volte un solo ritmo basta a sostenere lo sviluppo della forma, questo non esclude che un ritmo diverso possa percorrere l’intero corpo di una scultura, alla maniera di un contrappunto, ma con un sapore di disappunto; proprio con la stessa disinvoltura con cui un pensiero triste riesce talvolta ad insinuarsi anche nelle nostre più felici giornate.

(Massimo Bertozzi, critico e storico dell’arte e curatore delle mostre di Gigi Guadagnucci)

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