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Un’azienda su quattro teme la chiusura

Un’azienda su quattro teme la chiusura

Lo rivela uno studio della Cna. Soltanto il il 27% degli imprenditori sono sicuri di poter superare la crisi. Ecco come

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CARRARA. Almeno 3 imprese su 10 (30%) hanno preso in considerazione la possibilità di chiudere nell'ultimo biennio, il 43% ha temuto addirittura di dover abbassare la saracinesca per colpa della crisi nonostante la volontà di andare avanti, mentre solo il 31% delle imprese non ha invece mai avuto paura per il proprio futuro.

Il 25% delle imprese, quindi un quarto di quelle attive in Provincia di Massa Carrara, ritiene probabile che nei prossimi mesi la sua azienda possa cessare l'attività; una parte più o meno uguale degli intervistati, circa il 27% la ritiene invece una opzione "improbabile". Sul fronte credito ben 7 imprese su 10, circa il 67%, ha dovuto ricorrere al credito ma chi lo ha ottenuto, il 40%, ha dovuto sopportare condizioni più onerose. Il "problema" di accesso al credito ha avuto effetti, per l'80% degli intervistati, sulla salute dell'azienda. Da Massa alla Lunigiana passando per Montignoso la crisi è uguale per tutti.

Sono alcuni degli interessanti elementi di analisi forniti dall'Indagine Campionaria sulla Pmi commissionata da Cna. L'indagine, circostanziata nell'ultimo triennio, è stata utile per meglio comprendere, attraverso interviste dirette degli imprenditori dei più svariati settori, lo stato di salute del principale comporto provinciale anche in vista della stesura di una prossima agenda delle priorità. Per le imprese apuane, così come per quelle toscane, in cima alla lista dei problemi più rilevanti da affrontare, e quindi anche tra le priorità, ci sono la pressione fiscale, seguita dalla burocrazia e dall'elevato costo del lavoro.

«L'indagine campionaria - spiega Paolo Bedini, Presidente Provinciale Cna - non offre spunti o risposte diverse da quelle che ci aspettavamo, e da quelle con cui ogni giorno ci confrontiamo. Pressione fiscale, burocrazia e costo del lavoro sono in cima alla lista delle nostrepriorità». Tasse e tributi sono, secondo l'indagine, il principale fattore (60% degli intervistati) che rende le imprese italiane meno competitive rispetto a quelle dell'area euro insieme al costo del lavoro (26,2%).

Poi ancora burocrazia, complessità delle normative e costo dei servizi. «Non si può sostenere il 70% ed oltre di pressione fiscale e far ripartire contemporaneamente la locomotiva della crescita. Per ripartire - analizza Bedini - bisogna abbandonare la strada dell'austerity, e mettere benzina nei motori tagliando le tasse ed evitando ulteriori aumenti e correzioni in corsa. C'è molto da fare a livello nazionale, ma anche locale».

L'Indagine arriva a poche settimane dalla presentazione dei dati Trend che non era già confortanti (-22% di fatturato). A preoccupare i vertici di Cna la scarsissima attività di investimenti negli ultimi 12 mesi come rivela anche il campione intervistato: «Il 65% degli intervistati - spiega Paolo Ciotti, direttore provinciale Cna - non ha effettuato nessun investimento nell'ultimo anno, la restante parte invece ha destinato risorse per innovazione, ricerca e sviluppo di prodotti e servizi nuovi. Questa frattura è in parte collegata alle difficoltà di accesso al credito che le imprese hanno riscontrato».

L'altro grande "tema", il credito, ha rivelato inoltre come sia difficile il percorso per ottenerlo: «Tre imprese su 10 non lo hanno ottenuto, o non hanno ottenuto il credito richiesto - analizza ancora Ciotti - provocando conseguenze sia nell'immediato sia per il futuro dell'azienda; se non ho risorse non posso investire e non posso adeguarmi alle nuove condizioni di mercato. In questo le banche e gli istituti di credito sono stati poco attenti: ora a pagarne le conseguenze sarà tutto il sistema paese». Il 60% ha invece confidato di avere crediti da riscuotere verso terzi dove abbastanza a sorpresa sono più i privati a meritarsi la categoria di "cattivi pagatori" (79,4%). Per ottenere il credito insoluto la metà delle imprese ha fatto ricorso alle vie legali (51,3%) ma solo il 18% ha ottenuto un risultato soddisfacente in tempi accettabili; molte imprese, oltre il 40%, hanno invece preferito non rivolgersi alle vie legali per "esiguità delle somme in gioco", il 21% per i costi legali troppo alti così come per l'incertezza del risultato. «Nel nostro paese - conclude Ciotti - scontiamo incertezza delle soluzioni e una eccessiva tutela da parte di soggetti che utilizzando, come denunciato, lo strumento del concordato preventivo per pagare meno le imprese».

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