Il Tirreno

Bonifiche, è tutto bloccato «Siamo in mezzo al guado»

Bonifiche, è tutto bloccato «Siamo in mezzo al guado»

Viaggio tra gli imprenditori che da anni attendono di investire in lotti e capannoni C’è chi nel frattempo è fallito e chi è entrato in crisi ma anche chi ce l’ha fatta

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MASSA. Il capitolo delle bonifiche industriali è tutt’altro che chiuso. A risollevare gli animi degli imprenditori non basta una buona notizia: entro il 2013 la Regione firmerà un decreto con il quale verrà sbloccata gran parte delle aree che rientravano nel Sin – il sito di bonifica di interesse nazionale – e per le quali il ministero dell’Ambiente prevedeva l’obbligo di risanamento prima di innalzare anche un semplice muretto salva-privacy. La sensazione è che sia passata troppa acqua sotto i ponti. E che abbia perso la pazienza di attendere persino chi nel 2008 – alle avvisaglie della Grande Crisi – ancora scalpitava per investire su lotti industriali bloccati dal veto della mancata bonifica.

Basta scorrere la lista delle aziende “invischiate” (che tra l’inizio degli anni ’90 e il 2012 hanno presentato al ministero un progetto di bonifica) a chiusa della relazione tecnica sullo stato dei procedimenti e dei livelli di contaminazione del Sin di Massa-Carrara – firmata ad aprile dall’Arpat di Massa – per rendersi conto di quanto pesante sia l’ipoteca gettata sul futuro della terra apuana dall’affaire bonifiche. Nella lista compare il meglio dell’industria apuana: Nuovo Pignone, Skf, ma anche brand importanti del segmento lapideo come Il Fiorino, o aziende leader nell’Ict come Tws; e poi ci sono tutti i marchi del comparto del carbonato di calcio, a partire dalle multinazionali Omya e Imerys. Sono rimaste impantanate nei terreni da bonificare quelle realtà produttive che prima che la crisi deflagrasse avevano liquidità da investire e avevano tutta l’intenzione di farlo. Complessivamente sono ben 250 le pratiche aperte al Ministero, secondo la Provincia: nel 2008 si parlo di 220 milioni di euro congelati; alcune pratiche sono in corso, altre sono incagliate per motivi tecnici, altre sono legate a contenziosi giuridici presentati – dai proprietari dei terreni che si sono trovati suolo e sottosuolo contaminato da altri – al Tar Toscana. Un far west, insomma. La casistica degli effetti di questa attesa infinita è varia: c’è chi nel frattempo ha chiuso i battenti; chi come Omya dopo circa 10 anni di lavori sia sui terreni che sulla falda ha ottenuto l’ok dal Ministero (nel dicembre 2011) e può riprendere ad investire costruendo su quei lotti; chi come Iglom (leggi articolo sotto) da tre anni aspetta di insediarsi nell’area che Bario Solvay le venderebbe; e chi, sente di aver perso molti treni, come la Fermet che appena qualche anno fa avrebbe volentieri investito se non le avessero messo i bastoni tra le gambe, mentre adesso non è più in condizioni di farlo. Rimane da chiedersi quanto ancora dovremo impiegare del nostro futuro per chiudere i conti con il passato.

Giovanna Mezzana

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