Il presidio
«Mia figlia ubriaca: denuncio il Merida»
Il racconto della mamma di una delle 4 adolescenti finite all’ospedale in coma etilico dopo una festa a base di vodka
MARINA DIMASSA. Oltre al danno, pure la beffa. Una delle mamme delle quattro ragazzine finite all’ospedale per aver fatto abuso di alcolici era davanti al Merida ad aspettare che la figlia uscisse. La donna non è andata sul lungomare a un orario prestabilito, c’è rimasta praticamente dall’inizio della festa fino a che non ha visto la sua bambina ridotta in quello stato: «La sorreggevano in tre - ha raccontato ai medici del pronto soccorso e alle forze dell’ordine -. Quando l’ho vista ho capito che aveva bevuto, così come avevano fatto le altre tre coetanee. Arrivare al pronto soccorso è stato un incubo. Com’è possibile che in un locale diano da bere alcolici a delle ragazzine? Avete visto bene mia figlia, ha quindici anni ma ne dimostra di meno. E così le altre. Io denuncio anche i baristi, non soltanto il proprietario del Merida. E vorrei delle spiegazioni a chi permette a locali di quel genere di restare aperti. Rispettare le leggi mi sembra il minimo».
La mamma ha ripercorso con i carabinieri quello che è avvenuto prima e dopo la festa (durante lo immagina, ma non lo può sapere): «Siamo venuti a Marina in vacanza, mia figlia ci teneva tanto a quella festa perché aveva visto i manifesti sul lungomare. Quest’anno è stata brava a scuola e volevo premiarla. Ma ero preoccupata e quindi le avevo chiesto se potevo entrare anche io. Poi ho rinunciato anche perché lei non voleva fare brutta figura e soprattutto ho visto che era vietato l’ingresso agli adulti (c’erano i buttafuori a sorvegliare). Sono rimasta fuori, nonostante mio marito mi dicesse di venir via non mi sono mossa da lì. Forse un presentimento oppure non so cosa».
A un certo punto la mamma, una quarantenne lombarda, ha anche chiamato la figlia al cellulare: «Non mi ha risposto, volevo chiederle quando sarebbero uscite lei e le sue amiche. Non mi sono preoccupata, perché pensavo che la musica alta le avesse impedito di sentire la suoneria. Invece da quello che ho capito dopo stava già male». Verso l’una era previsto il rientro a casa: «L’ho vista sorretta da tre persone. Stava malissimo, era pallida. Ho avuto paura che le avessero dato della droga. Poi quando mi hanno detto che aveva bevuto vodka non ci ho visto più. È da incoscienti ridurre così una bambina. Chi lo ha fatto dovrà pagare. Per quanto mi riguarda invece mi sento maledettamente in colpa».
La donna però non si piange addosso. Sta reagendo e grazie all’Arma ha praticamente ricostruito l’accaduto e la sua testimonianza sarà decisiva per far condannare chi ha versato gli alcolici nei bicchieri di quattro liceali che volevano soltanto ballare e conoscere delle persone nuove. «Si sono fidate - conclude la quarantenne - e hanno fatto male. Io a mia figlia non ho detto che non doveva bere, a quanto ne so non lo aveva mai fatto prima d’ora. Mi sono fidata di lei, ho sbagliato. Adesso torniamo a casa, ne parleremo un po’ tra noi ma è ovvio che il nostro rapporto non sarà più quello di prima. La discoteca se la scorda fino a quando non diventa maggiorenne. Lo so io quello che ho patito l’altra notte».
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