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Al via il primo simposio per non vedenti
In corso al laboratorio Pemart di via Colonnata è dedicato alla memoria di Cesare Petacchi
CARRARA. Non vedenti che, per la prima volta, scolpiscono il marmo. Il merito?
Tutto di Felice Tagliaferri, scultore non vedente che da anni lavora al laboratorio Monfroni di Carrara. Non contento di scolpire in solitaria, Tagliaferri, ha fondato una scuola d'arte, “La Chiesa dell'arte” di Bologna in cui giovani e meno giovani si recano per provare l'emozione di scolpire pur avendo perduto la vista. Sono in sei da ieri a scolpire al laboratorio Pemart di via Colonnata n. 10, tutti affiancati da un assistente, uno studente della Scuola del Marmo Tacca. «Domenica, il giorno prima di cominciare - spiega Tagliaferri - gli studenti del Tacca hanno fatto una sorta di approfondimento, hanno provato a chiudere gli occhi per comprendere cosa significhi scolpire senza poter vedere l'opera, gli attrezzi, lo spazio intorno». «È molto interessante - sottolinea lo studente del “Tacca” Giovanni Lorenzini - soprattutto è molto utile anche per noi che stiamo imparando questo lavoro: cominciare a pensare la scultura non solo come opera visiva ma approfondire il senso tattile è straordinario, si tratta veramente di comprendere l'opera, a tutto tondo diciamo».
«Provare il marmo è emozionante - afferma Rinaldo Lombardo, lui che prima di perdere completamente la vista tre anni fa faceva l'imbalsamatore, non è estraneo alla scultura - ho sperimentato tutti i materiali, ma con il marmo, come d'altronde per tutti gli altri, è la prima volta, e devo dire che è davvero un'esperienza unica. Da quando ho perso la vista - prosegue lavorando ai suoi Pesce Spada che si rincorrono in amoroso corteggiamento - ho affinato incredibilmente tutti gli altri sensi; dopo un primo momento di forte depressione, ho tentato di ricominciare, ho smesso di piangermi addosso e ho scoperto il piacere di avere sì qualcosa in meno, ma anche qualcosa in più». Grande entusiasmo, è questa l'immediata impressione che si coglie osservando gli artisti all'opera, come Silvia Galli che, con una protesi al braccio destro e addirittura da Messina, cominciò a frequentare la Chiesa dell'Arte otto anni fa.
E il primo simposio in marmo per non vedenti è intitolato a Cesare Petacchi, venuto a mancare due settimane fa: «Quale migliore occasione per salutare mio padre di questo avvenimento? - afferma la figlia Dusca - questo simposio sembra fatto apposta per lui che amava tanto la diversità e rapportarsi con altri, soprattutto se questi erano diversi da lui». Di umili origini Petacchi si è fatto da solo, da operaio a grande imprenditore del marmo, ha trattato i suoi operai come la sua famiglia: «Era il primo degli operai - aggiunge la figlia - spesso lavorava anche la domenica, detestava l'idea del padrone, i suoi operai venivano ancor prima di noi». Petacchi che non aveva potuto studiare, amava la cultura: «A noi figli ha sempre detto - afferma Dusca - dovete studiare perché nel sapere sono le chiavi della libertà. Devo dire che era vero - conclude - abbiamo avuto la straordinaria fortuna di essere figli di un grande uomo». Per lui la figlia, appassionata di scrittura, al suo attivo tre pubblicazioni e svariati concorsi letterari, nel 2007 ha scritto una struggente poesia pubblicata poi all'interno del volume “La ballata del bipolare”: “A mio padre”. La poesia inizia così: “Forse non saprò dirti mai - tutto il mio amore – sei così grande tu – così irrimediabilmente uomo – di vecchio acciaio forgiato. Ad altri hai regalato – il miele trasparente e profumato – della tua rara tenerezza – per noi vigile e immanente – la spontanea disciplina. Ma nessuno – ha il tuo cuore generoso – l'adamantina purezza del tuo sentire – e il tuo pensiero – rapido e veloce come un lampo – essenziale e illuminato come una saetta”. (b.m.)
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