Il presidio
Il caposquadra Boni: i cinghiali diventino chance economica
Pianeta caccia: «Possibile la convivenza con l’agricoltura qui c’è un habitat naturale che è possibile sfruttare al meglio»
TRESANA. La caccia al cinghiale diventi un'opportunità economica per la Lunigiana. Basta gridare al "cinghiale maledetto". Lo dice senza timori di scatenare polemiche e reazioni Mario Boni, capo squadra della "Groppo-Giovagallo", la numero 50 parlando a ruota libera di battute, gestione e "cinghiali". Non le manda certo a dire a chi, fino ad oggi, ha guardato "con occhio storto la categoria dei cacciatori". E poco importa che quello che gli frulla nella testa da un po' di tempo "va contro corrente" e rompe i patti di non belligeranza tra mondo agricolo e venatorio: «La caccia al cinghiale può essere, per il nostro territorio, una grande opportunità. Si possono sfruttare le carni, azionare leve interessanti per il turismo continuando, allo stesso tempo, ad attuare una gestione ambientale di preservazione della fauna e degli ambienti. Non è vero che caccia e agricoltura non possono convivere. Io sono anche un contadino. - spiega come a ricordare che i due interessi possono coincidere - La Lunigiana, soprattutto la nostra zona di caccia, è un habitat perfetto per il cinghiale che qui si è adattato molto bene. Continuare - sottolinea con forza - a parlare di cinghiale maledetti è un errore».
Boni, 63 anni, oltre che capo squadra della 50 che caccia nella zona omogenea 9 dell'Ambito Territoriale di Caccia, è uno dei cacciatori di lungo corso, sicuramente tra i più esperti con oltre trent'anni di battute alle spalle: «Trasformiamo un problema, così come lo vivono gli agricoltori, in una risorsa. Forse però - fa un passo indietro - non tutti i cacciatori sarebbero maturi per questa visione».
La revisione della gestione di Boni passa anche dalle giornate di caccia; troppe tre giornate, sbagliato mettere due giorni, il mercoledì e giovedì, uno dietro l'altro: «Io sono pensionato e potrei anche andare a caccia tre giorni la settimana. Ma chi lavora? Andare in battuta è fisicamente faticoso, dispendioso anche economicamente. Non ce la fanno i cani, figuriamoci gli uomini. E' come giocare due partite di campionato in due giorni».
La squadra 50, un altro pezzo bellissimo della storia della caccia al cinghiale della nostra provincia, caccia da sempre tra il Comune di Tresana, confine con Mulazzo e Cadice. Boschi pieni di castagneti e macchie fitte che ai cinghiali piacciono moltissimo. «I castagneti sono delle mangiatoie naturali - spiega - e non è un caso se branchi di cinghiali arrivano anche dalla vicina Liguria ed oltre. Qui ci sono le condizioni ottimali anche se nell'ultimo anno i castagneti erano malati ed il cibo scarseggiava. Le nostre belle cacciate però le riusciamo a fare sempre».
Nel tabellino della 50 finiscono ogni anno mediamente 150 cinghiali: «L'esperienza e la conoscenza del territorio - precisa da sostenitore della battuta all'antica - sono però elementi insostituibili ancora oggi. La tecnologia, penso alla radio e ai collari con Gps per i cani aiutano ma in battuta, quando prepari le poste, conta conoscere il territorio. E noi che da sempre cacciamo in queste zone lo conosciamo bene». Boni, con i "saggi" della squadra, i vari Renato Boni, Libero Ceselli che di anni ne ha 80, Carlo Barbieri ed altri, conosce quei sentieri e quei «posti come le nostre tasche: sappiamo dove passano i cinghiali e le loro abitudini. Nonostante tutto è sempre un'avventura ogni battuta. Una bellissima esperienza». Della squadra 50, ossatura composta da gente di Tresana e dintorni per lo più, fa parte anche tanta gente della costa e della vicina Parma; ilpunto di ritrovo è nell'ex canonica della Chiesa di Bola (della "Tresana - Podenzana" faceva parte, fino a qualche anno fa, anche il Parroco Don Aldo) ristrutturata e trasformata a casa di caccia dove non mancano, la sera, finita la battuta, sfottò e vignette. E' Sergio Toni, "il Pompiere" (in pensione) il Vauro della squadra 50: «Le sue vignette sono temutissime. Una volta è toccata anche a me. Ha ritratto un cinghiale con lo slittino. Quel giorno un cinghiale mi era scappato perché era scivolato sul ghiaccio. Non avevo fatto in tempo a sparare. Mi sono ritrovato la vignetta attaccata al muro. Che risate…».
Nella casetta di Bola si consuma la "baldoria" e si parla di caccia: «Si sta in compagnia - racconta - si fa squadra». Un passato alla lepre, come del resto tutti i cacciatori della sua generazione, Boni ha iniziato ad appassionarsidella caccia da subito: «E’ l'unica caccia che si è rimasta - ammette - di lepri ce ne sono poche, mentre di cinghiali ce ne sono per tutti». Come i cacciatori della sua generazione sono stati "i vecchi" a fargli entrare nel sangue la passione per la caccia: «In famiglia nessuno aveva questa passione - spiega - ma io avevo quella per le armi. Ho iniziato con il tordo, poi con la lepre ed ho iniziato ad appassionarmi ai cani».
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