Il presidio
«Caro Napolitano, da noi la fine mondo è già iniziata»
Ecco la lettera di monsignor Antonio Vigo sui disagi che stanno vivendo alcuni piccoli paesi della lunigiana
E sul ponte di Aulla, monsignor Antonio Vigo ha scritto una lettera al presidente Napolitano. «Sono l’amministratore parrocchiale di alcuni paesini della Lunigiana, che hanno dei nomi quasi poetici: Bigliolo, Magliano, Agnino, Montecorto. Non li cerchi sulla carta geografica, non ci sono, a meno che non sia particolarmente grande». Questo l’attacco della missiva.
Altro che Maya ... «Sono qui, in questa splendida terra, aspra, dura e per tanti versi ingrata, con gente meravigliosa, vera e fiera come la loro storia ha dimostrato nei secoli. L’11 novembre, abbiamo subito la piena di un torrentaccio, anch’esso con un nome poetico, dolce e femminile: Aulella. Ha demolito completamente un ponte, che era l’unico collegamento tra noi e il resto della regione. Da quaranta giorni la mia gente sta subendo ogni sorta di disagio, economico, sanitario e morale. Le vie alternative sono estremamente disagiate, fragili, tortuose, a rischio di frane. Ci sentiamo isolati, in tutti i sensi. Un balletto di promesse, smentite, giravolte, sta facendo via via aumentare considerevolmente la rabbia di un popolo. All’ultima riunione, in Prefettura a Massa, alla quale ho partecipato, per l’ennesima volta ci è stato negato un qualsiasi passaggio temporaneo sul torrente che soprattutto fosse a salvaguardia della nostra salute ed economia, in attesa del ponte definitivo, che, dicono i tecnici, dovrebbe essere costruito in 6 mesi. Sono partiti da nove mesi, poi sei, ieri si parlava anche di quattro…. Ho letto da qualche parte che in Cina, costruiscono edifici di svariati piani in una settimana, e sembra perfino che non cadano. Durante la guerra, se crollava un ponte di vitale importanza strategica, un ponte di appena 60 metri, sicuramente non avrebbero atteso sei o più mesi per ricostruirlo. Ma si parla di Cina e di guerra. Noi siamo in Italia e in pace, forse sta qui tutta la differenza. Non oso pensare se nevicherà cosa ci potrà capitare? Sarà la fine del mondo, altro che quella profetizzata dai Maya. Il nostro 21 dicembre è iniziato l’11 di novembre. E paghiamo le tasse: glielo garantisco, signor presidente, tutti. A cominciare da me.
Il “sacrificio”. La lettera prosegue. «Inoltre, sono così sconvolto dalla situazione dei nostri due fucilieri di Marina in India che mi sono chiesto cosa avrei potuto fare nel mio piccolo, per testimoniare il mio amore per loro. Ho deciso. Per loro e per la mia gente, per i poveri, i piccoli, quelli che non contano niente e sulla cui pelle spesso si fanno questioni di soldi o di spiccioli interessi di fazione politica, rimetto nelle sue mani, quello che ho di più prezioso. Ho passato una vita a servizio della mia amata Marina militare, raggiungendo il grado di ispettore dell’ordinariato militare per la Marina e di vicario episcopale per le forze armate del Sud Italia e d’isole. La commenda dell’ordine al merito della Repubblica Italiana mi è stata conferita nel 2000 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, dopo la missione a Timor Est. Ne sono sempre andato fiero così tanto da considerarla immeritata. Nei momenti difficili la tenevo tra le mani, sembrava mi desse il coraggio necessario per andare avanti. Ora non mi dice più niente». Come faccio, dice Vigo, «a compiacermi di un oggetto che mi testimonia la stima di una patria che non è in grado di garantire i diritti minimi fondamentali alla mia gente, vita e lavoro, e che dopo quasi un anno non riesce a portare a casa due sottufficiali impegnati a difendere una nave che batteva bandiera italiana? Dove è la politica, che mi hanno insegnato essere amore alla Polis, al paese, alla terra dove vivo? La politica, presidente, è amore pazzesco per la propria famiglia, la famiglia italiana, fino a dare la vita per essa. Io, così, amo la mia Marina e la mia gente: in prima linea. Se no, e meglio mollare tutto e fare dell’altro. Passerò per Roma. Lascerò il plico con il decreto di nomina, ai corazzieri del corpo di guardia del Quirinale. Non la disturberò. Spero che qualcuno Le recapiti questa mia lettera. L’insegna, la terrò io, l’ho comprata io. La terrò in un cassetto, visto che non potrò fregiarmene per il resto della vita. La guarderò con profondo dolore e nostalgia per una patria che mi ha deluso. Lei, signor Presidente, ha tutta la mia ammirazione e rispetto. In un tragico momento per la nostra patria, dove nani e ballerine la fanno da padroni, lei, signor presidente, è un gigante».
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