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Alluvioni e cemento la parola ai geologi: servono più vincoli
Urbanistica, polemica tra studiosi e politici al convegno Idv «Affidate i progetti a chi conosce la terra, non ad ingegneri»
MASSA. Lo spasmodico rapporto fra cemento e natura e la tutela di un territorio, ormai, estremamente fragile.
Sono stati questi gli argomenti trattati durante il convegno indetto dall’Italia dei valori giovedì sera all’Hotel Excelsior, a cui hanno partecipato anche l’assessore regionale all’urbanistica, Anna Marson, il sindaco Roberto Pucci, il segretario generale dell’Autorità di Bacino del Serchio, Raffaello Nardi, il geologo Riccardo Caniparoli e il deputato Fabio Evangelisti. Un incontro a più teste per capire quali debbano essere i prossimi passi postalluvione in un territorio come quello apuano con caratteristiche idromorfogeologiche particolari e contraddistinto da una maggiore piovosità rispetto al resto del territorio regionale.
Un dibattito che è sembrato un tira e molla – in ogni caso positivo e fruttuoso – fra istituzioni che, sentendosi attaccate, hanno cercato di scrollarsi di dosso la responsabilità rimbalzandola ad altri, ed esperti che, invece, le istituzioni continuano ad attaccarle a colpi di storia e geologia.
Urbanizzazione zero in zone a rischio. La colpa di tutto è dell’urbanizzazione selvaggia in zone a rischio, partita a fine anni Sessanta e mai terminata. A sostenerlo è il professor Raffaello Nardi, uno che in campo di territori fragili ha fatto spesso sentire la sua voce, ma che raramente - a suo dire - è stato ascoltato.
Durante il convegno il professore ha ricordato la legge Ponte 765 del 1967, legge nazionale che permise di costruire sostanzialmente un po’ ovunque e senza nessuna particolare autorizzazione. Da lì, case e zone industriali sarebbero sorte come funghi a lato di fiumi, laghi o zone franose. Costruzioni che negli anni Novanta vengono condonate e lasciate lì. Il fenomeno di urbanizzazione in zone a rischio, poi, continua.
«Il 50 per cento delle stragi – commenta Nardi – è causato dall’urbanizzazione. Prima non c’era bisogno di autorizzazioni per costruire, ora è necessario, ma le istituzioni le danno senza ascoltare il parere degli esperti. Ora vogliono costruire un albergo a Massaciuccoli, sul lago, in una zona che durante le alluvioni si ricopre d’acqua, perché è tre metri sotto il livello del mare. Io ho dato parere contrario ma l’autorizzazione è stata data lo stesso. Ho fatto ricorso a diversi tribunali, anche a quello dell’acqua, e ho perso, e devo anche risarcirli di migliaia e migliaia di euro. È logico? Io non ho intenzione di continuare a esercitare la mia professione se non mi si ascolta. I danni si potrebbero evitare se si smettesse di costruire in zone a rischio».
Progetti in mano ai geologi. «Non si deve dare progetti in mano a ingegneri. L’ingegnere costruisce, il geologo gestisce».
Così Riccardo Caniparoli, geologo consulente per il tribunale regionale delle acque pubbliche per l’Italia meridionale, si è espresso criticando le varie policy locali, in particolare i lavori di messa in sicurezza del torrente Carrione a Carrara, dopo l’alluvione del 2003. «Il torrente è stato messo in sicurezza con delle briglie che durante l’ultima alluvione sono state rotte dalla corrente e trascinate a valle, determinando quindi l’innalzamento del letto del fiume. È così che anche i ponti sono diventati inadeguati. Ma cosa ci aspettiamo se affidiamo progetti a chi non conosce le caratteristiche della terra? Anche l’idea di fare bordi rigidi ai fiumi è sbagliatissima perché le acque devono fluire liberamente, altrimenti si creano disastri».
Modificare mentalità opere pubbliche. «Non è possibile smettere di costruire proprio per lo spostamento di molte popolazioni dalle montagne verso la città. Tuttavia, troppo spesso nei piani urbanistici non si tiene conto dell’ambiente. L’attenzione per le caratteristiche naturali e fisiche del territorio si è persa nel tempo e noi bisogna recuperarla».
Ha aperto così il suo intervento l’assessore regionale Marson, sottolineando quindi come sia doveroso porre maggior attenzione al territorio attraverso politiche integrate che vedano una stretta collaborazione fra pubblico e privato.
Mettere in sicurezza quel che c’è già. «Oggigiorno non è possibile eliminare completamente il rischio – continua l’assessore – ma è possibile mitigarlo usando le conoscenze che gli esperti mettono a disposizione, ossia trasformare i loro studi in azioni concrete. Prima di un piano urbanistico, quindi, bisogna conoscere i dettagli contestuali e ascoltare voci qualificate. Ovviamente, il tutto deve passare anche attraverso una messa in sicurezza di ciò che è già stato edificato». Parole incontestabili che tuttavia hanno chiarito poco circa le modalità con cui la Regione intende procedere riguardo le varie autorizzazioni già rilasciate o la messa in sicurezza di centri urbani in zone a rischio.
Guardare lontano. «Nella progettazione dei lavori bisogna pensare al futuro e al cambiamento climatico. Dove una volta cadevano 85 millimetri d’acqua, ora ne cadono 180. Dove ora cadono 180 millimetri di acqua tra vent’anni ne cadranno 250».
A sostenerlo è il sindaco Roberto Pucci che ha, in parole povere, sostenuto la tesi di dover costruire bordi di fiumi più alti per sopportare carichi d’acqua sempre più abbondanti. Una tesi ampiamente criticata dal geologo Caniparoli, che invece ritiene che un fiume dovrebbe scorrere naturalmente.
Il sindaco ha poi colto l’occasione per ribadire la non responsabilità dell’amministrazione comunale riguardo ai fatti accaduti.
«Prima dell’alluvione ho fatto trecentoquaranta ordinanze di stombinature che non sono state ascoltate. I lavori non erano di nostra competenza. Io ho anche segnalato che è andata bene sul Frigido perché lì non è caduta tanta acqua, perché se così fosse andata saremmo a parlare di altro. Però anche questo non è di nostra competenza». Insomma, sulla difesa del suolo c’è ancora tanto da fare.
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