Tre slavine di fango si staccano dal monte S. Lorenzo sommersa
La tombatura del fosso Gabbiano esplode, la via scompare «Ci hanno lasciati soli». E arrivano i primi turisti del macabro
MASSA. A San Lorenzo non è venuta giù l’acqua: è crollata la montagna. Tre slavine di terra si sono staccate dalle pendici del monte, trascinando a valle vigneti, alberi, muretti, strade, e hanno ridisegnato il volto della frazione. Via Gabbiano e via Giovello non esistono più. L’asfalto è stato sradicato dalla furia dell’acqua.
La gente si arrangia da sola. C’è chi mette a disposizione le taniche della nafta per far andare le pompe di sollevamento, chi parte con l’escavatore per sgombrare il giardino del vicino. Stefania Favilli e Sara Panfietti ci accompagnano su per il monte. Si procede solo a piedi: il manto stradale non esiste più, ai lati sono accumulate montagne di terra e a metà via Giovello un ammasso alto due metri sbarra la strada. Oltre c’è la casa di Stefania.
«Alle due e mezzo ci ha travolti la frana – spiega Sara – siamo usciti di casa e abbiamo chiamato i vigili del fuoco. Ma né loro, né la protezione civile, nessuno ci ha risposto. Stiamo rimasti fuori fino alle sei del mattino. Solo alle 9 i vigili ci hanno risposto, ma non si è visto nessuno. Nessuno. In sette siamo rimasti isolati». «Io ho passato la notte a pregare», spiega Stefania. L’acqua ha trascinato dei camioncini giù per la discesa che si sono messi di traverso e hanno fatto da diga. Stefania ci mostra la sua casa. La frana è arrivata da dietro e qui si è biforcata.
Nella parallela via del Gabbiano la situazione non cambia. La testa di Annunzio Finelli spunta a fatica oltre la muraglia di tronchi, sassi e fango che ostruisce la strada davanti a casa sua. Nel giardino non ha solo una colata di melma: ha un vero e proprio ruscello. È il fosso del Gabbiano, uno dei mille rivoli che alimentano da nord la rete di affluenti che si uniscono al Cocombola e che finiscono a mare col nome di Ricortola. Il Gabbiano è tutto tombato o, almeno, lo era fino a sabato notte. A lato della strada il tubo che lo conteneva è scoppiato al passaggio dell’acqua come i bottoni di una giacca troppo stretta. «L’asfalto è finito nel mio giardino – spiega Annunzio – insieme ai pali rossi della vigna che sta lassù e a queste sezioni di tronco d’albero. Sa cosa sono? Sono i legni che quei sapientoni di geologi hanno voluto che la gente usasse sui monti per fare i muretti. Ma cosa possono reggere?».
Eppure Finelli, che nella frana ha perso anche diversi animali da cortile e che da sabato notte, come tutte le famiglie in zona, non ha acqua né gas, è una voce fuori dal coro: «Non ci sono responsabilità umane: una cosa così può essere solo un evento straordinario».
Sopra di lui abita la famiglia Mazzi. David e il fratello Claudio sono titolari dell’omonima ditta di escavazioni e demolizioni. E vista la situazione, hanno tirato fuori la ruspa e si sono messi da soli a sgomberare la strada. «Solo stamani si è visto un geometra del Comune – spiega Claudio – ma solo per rimettere il gas. Mi dice a che mi serve il gas quando c’è una valanga di terra da rimuovere? Ma che priorità sono queste?». La signora Monica, moglie di David, ricorda ancora con terrore la notte della frana. «Ho visto l’acqua salire e ho capito che si metteva male – spiega – allora ho preso i miei figli di 12 e 8 anni e sono scappata prendendo giù per le vigne». Al buio, in piena notte, e sotto la bufera che veniva giù ha trovato riparo da alcuni amici di famiglia. Mentre racconta quel che ha passato, il suocero, Orfeo, di 75 anni, continua a portare via terra con l’escavatore. «Noi in questa cosa vogliamo andare fino in fondo – spiegano i fratelli Mazzi – e abbiamo già messo su l’avvocato».
Eppure c’è chi trova questo inferno uno spettacolo da non perdere. Tanto che Ginetto Baldoni ha messo un cartello fuori dal giardino della sua casa in via San Lorenzo, con scritto “Grazie della visita”. «L’ho messo perché qui non si è vista né la Croce Rossa, né la Protezione civile – spiega – ma solo tanti curiosi».
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