Quel lavoro divorato dal fango «La mia azienda non esiste più»
Il dramma dell’area ex Fibronit: un metro di acqua e detriti nei capannoni, rovinati impianti e merci Gli imprenditori: «Questa zona è come una vasca da bagno. E noi ci siamo rimasti chiusi dentro»
MASSA. «La mia azienda non esiste più. Vent’anni di lavoro cancellati dal fango. Tutta la merce da buttare, i macchinari, i mezzi».
Pietro Chioni, 46 anni, ha il groppo in gola. Suo padre è lì con lui: ogni tanto lo osserva con gli occhi lucidi. Poi l’anziano si rimette al lavoro, per provare a rimediare al disastro causato dall’alluvione. Il maltempo è passato come un ciclone sulla loro attività, la Ricette mediterranee, che dal 2004 ha sede nell’area ex Fibronit, al confine con Carrara. Trasformando il loro sogno di imprenditori in un incubo.
Il dramma dell’ex Fibronit. «La nostra è un’impresa modello nel campo dell’alimentare - racconta Pietro - specializzata nella produzione del pesto. Quando siamo arrivati qui, otto anni fa, mai mi sarei immaginato che saremmo finiti così». E ora Pietro, il suo socio e i due dipendenti dovranno rimboccarsi le maniche per ricostruirsi un futuro.
La loro situazione, terribile, non si discosta molto da quella delle altre aziende di base nell’ex Fibronit. Una zona artigianale tutto sommato recente, edificata sullo scheletro del vecchio stabilimento di produzione di amianto. Dove hanno trovato casa, negli anni, attività storiche come la Berti, 42 anni sul campo come grossisti alimentari. Sono stati proprio i Berti, padre e figlio, ad avvisare i vicini del dramma che si stava compiendo nei loro capannoni. Era l’alba di domenica mattina, acqua e fango provenienti dal Candia - accumulatosi da 40 centimetri a un metro - hanno inondato tutto. Distruggendo merci e danneggiando impianti.
«Quel muro maledetto». La disperazione per quanto accaduto non può far dimenticare le responsabilità di chi poteva evitarlo. Per tutti gli imprenditori il colpevole è uno solo: quel muro costruito dalla Provincia come riparo rispetto al sottopasso ferroviario di via Marchetti. Un ostacolo di cemento armato che, assieme alla ferrovia, rende l’ex Fibronit una sorta di cassa di esondazione, dove il fango si è accumulato per ore sabato notte. «Quest’area è come una vasca da bagno - dice Francesco Berti - e noi ci siamo stati chiusi dentro. Dovranno risarcirci».
«Nessuno ci ha detto cosa fare». La rabbia, però, è aumentata dal fatto che nel caos - secondo gli imprenditori - non c’è stato un coordinamento degli interventi per togliere i detriti e salvare il salvabile. «Siamo in piedi da ore - racconta Gianluca Simonini, titolare dell’Albatros - e nessuno, dai vigili del fuoco alla protezione civile, si è fatto vedere. Ma soprattutto nessuno ha dato indicazioni su come dovevamo muoverci. Sapevamo di non poter contare su troppi aiuti, e ci siamo arrangiati con le ruspe e le pale. Ma almeno potevano spiegarci come liberarci del materiale da smaltire».
La conta dei danni. I danni, ora, sono ingenti. Centinaia di migliaia di euro, chi più chi meno. Senza contare che come minimo per alcuni giorni le attività saranno ferme.
Per Franco Pucci, titolare della Pft (specializzata in movimentazione e trasporti eccezionali) «il conto di questo disastro è salatissimo. Cinquanta mezzi tra gru e camion danneggiati dall’acqua, l’intero capannone invaso dal fango, compresi i bagni. A occhio e croce, ci ho rimesso un paio di milioni di euro».
«Per noi saranno almeno 150 di danni - dice Mauro Cattani dell’azienda omonima di impiantistica - Macchinari elettrici già pronti sono da buttare. Siamo soli, dobbiamo rimboccarci le maniche». Un po’ meglio, ma non troppo, è andata a Simone Ciuffi e alla sua Mitsubishi Carbide: «Ho perso tutta la gestione, dai libri contabili ai sei computer, server compreso - dice - ma quello che vendiamo, l’utensileria meccanica, non può essere rovinato dal fango. Una magra consolazione». Per Ciuffi, che si è insediato in questa zona artigianale appena un anno e mezzo fa, è una brutta beffa. «Speriamo di recuperare qualche filmato della videosorveglianza, in modo da mostrare a tutti cosa ci è successo. A raccontarlo, non ci si crede».
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