Il presidio
«Schiacciato dai burocrati, chiedo aiuto a Napolitano»
L’appello di Antonio Guadagnucci, marito e padre delle due vittime della frana «Le istituzioni mi trattano come un caso umano, come uno che viene a scocciare»
MASSA. Antonio Guadagnucci è come se ci fosse rimasto anche lui sotto la frana che, la notte del 31 ottobre 2010, gli ha portato via la moglie Nara Ricci e il figlioletto, di appena due anni, Mattia. Se dopo quasi ventiquattro mesi di dolore trova ancora la forza per lottare è per sua figlia Michela, 17 anni, superstite a quella disgrazia perché a una festa di Halloween con gli amici. Sia lui sia la ragazza a Lavacchio non ci vogliono tornare, del resto la casa che avevano costruito con mille sacrifici (e non solo economici) è inagibile. Guadagnucci è arrabbiato, ma è un uomo che ha tanta dignità da poterla anche vendere: non sbraita, non si incatena e non minaccia nessuno. Dopo due anni vuole però una casa, anche per voltare pagina. È in affitto in un immobile di proprietà di un ordine di suore, ma sa che da lì se ne andrà perché alle religiose serve quella struttura. Chiede di potersi ricostruire una casa, su un terreno che ha acquistato. Il Comune non gli dà risposte, ogni tanto lo convocano al palazzo municipale e poi non si fa trovare nessuno. Così ha deciso di rivolgersi al capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Antonio chiede soltanto rispetto e dice di non essere più disposto a lottare con i tempi della burocrazia e con quelli della giustizia. Un appello che parte da Massa e arriva al Quirinale. A una decina di giorni dall’angoscioso anniversario e a meno di un mese dalla prossima udienza dal gup per sapere se le persone indagate per quella frana avranno un processo.
Sono passati due anni da quella notte: quali sono i suoi sentimenti?
«Per me e per mia figlia Michela è un dolore continuo e attuale, che nemmeno la necessità di ritrovare una qualche forma di normalità quotidiana riesce a lenire. Due anni fa abbiamo perso i nostri affetti più cari, moglie, madre, figlio, fratello: e in quei momenti abbiamo sentito la vicinanza, la solidarietà di un’intera comunità. Poi il tempo passa, la cronaca dimentica, e da quel momento siamo rimasti soli. In molti sensi».
Beh, anche se è brutto da dirlo è normale che passata la commozione, poi gli altri dimentichino...
«Già. Abbiamo dovuto, com’era giusto che fosse, fare i conti con la nostra nuova realtà, di famiglia dimezzata. Siamo rimasti soli, però anche ad affrontare i problemi quotidiani, materiali. E questo è meno giusto. Due anni fa abbiamo perso anche la nostra casa. E nel corso dei mesi, piano piano, abbiamo perso anche la vicinanza, la solidarietà, della comunità. E delle sue istituzioni. Non ci è mancato un aiuto materiale, questo no. È mancato altro, e cioè la volontà di aiutarci davvero a uscire da una precarietà, ad esempio quella di dover vivere in un appartamento ammobiliato, con un contratto di locazione del quale il proprietario sollecita ad ogni piè sospinto la risoluzione. È mancata la capacità delle burocrazie di non farmi sentire come un peso, il “caso umano” che “eccolo, ci siamo, è tornato, di nuovo qui a scocciare”. È mancata la determinazione di trovare soluzioni per restituirci quell’unico brandello di normalità che io e mia figlia possiamo trovare, quello di avere una casa nostra e solo nostra».
Che aiuto materiale avrebbe voluto?
«Sarebbe bastato eliminare la burocrazia, oppure darmi risposte certe. È possibile che io a oggi sia ancora in dubbio se devo pagare l’Imu sulla mia casa di Lavacchio, travolta dalla frana, come “seconda casa”, perché ho la residenza altrove? A maggio quando c’era da pagare la prima rata non mi hanno detto niente, a settembre con la seconda rata si sono comportati allo stesso modo. I lacci e lacciuoli della burocrazia sono odiosi per tutti. I vincoli di piano regolatore, gli indici, le agibilità, gli aspetti di sicurezza: tutte cose sacrosante, ma che se possono essere superate — nel rispetto della legge — ad esempio per qualche grandiosa opera pubblica, potrebbero esserle anche per noi».
Ma il rischio è poi che succedano altre tragedie come Lavacchio, non lo pensa anche lei?
«No, noi dopo il danno abbiamo subito anche la beffa. Quando io e Nara costruimmo col sudore e la fatica anche fisica la casa di Lavacchio, con tutti i permessi, le indagini idrogeologiche, le perizie, nessuno obiettò alcunché e tutti i permessi furono rilasciati. Solo la tragicità degli eventi ha invece dimostrato che, a nostro parere anche per la colpevole incuria dei monti, delle strade e dei terreni, il pericolo era incombente, attuale. Oggi siamo in un cul de sac: non potrò mai rimettere a posto quella casa, perché nessuno mi darà il permesso di risistemarla; ma non posso neanche utilizzare quella volumetria in un’altra zona del Comune, perché queste forme di compensazione urbanistica non sembrano concedibili a un privato. Neppure se questo privato ha dovuto affrontare una prova come la mia».
La sua è un’amarezza che fa male, perché ha deciso di esternarla proprio ora che la chiameranno per le commemorazioni?
«Ecco lo faccio proprio perché non voglio che mi chiamino. Io e mia figlia, paghiamo evidentemente qualche colpa di cui noi stessi non siamo a conoscenza. Sembra che l’unica possibilità che ci viene riconosciuta sia quella di “avere pazienza”: di attendere i tempi della giustizia penale, di quella civile, quelli della burocrazia urbanistica. Mi hanno anche ricordato più volte che prima o poi l’assicurazione pagherà... Ventiquattro mesi sono passati e avvicinandosi l’anniversario dobbiamo aspettarci commemorazioni, commenti, opinioni. Per favore: risparmiateci tutto questo. Noi non ne abbiamo bisogno: io e mia figlia conserviamo ogni giorno, gelosamente, il ricordo di Mattia e di Nara. Se davvero non si vuole dimenticare si diano risposte, concrete e puntuali, ai nostri problemi. Altrimenti ogni parola sarà vana e ogni commemorazione uno stanco rito che né noi rimasti vivi, né i nostri cari che non ci sono più, meritiamo».
Michela ora è l’unica sua ragione di vita.
«Non perché è mia figlia, ma è una ragazza splendida. Sembra la mamma per come si impegna a scuola e per come mi aiuta. In questi giorni sarà più nervosa del solito, anche l’anno scorso è stato difficile. Lei va ancora dallo psicologo, io ho terminato le sedute da poco. Ci stiamo riprendendo. Basterebbe solo che la burocrazia svanisse e che la giustizia accelerasse i suoi tempi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
