Il presidio
Il direttore annunciò l’ordine da Cleveland E la fabbrica tacque
Il ricordo di un ex: pianti, isteria e assemblee spontanee «Ho inviato 50 curricula, ho ricevuto solo quattro risposte»
MASSA. Massa, giovedì 9 ottobre 2008. Il direttore di fabbrica della Eaton manda a chiamare operai e impiegati. Ha un annuncio da dare: il quartier generale della multinazionale, a Cleveland, Ohio, ha deciso di chiudere la produzione a Massa. Un nuovo stabilimento sta per essere aperto in Polonia, dove la manodopera costa meno.
Quella mattina alla Eaton c’era anche Marco Alberti, 51 anni, impiegato tecnico, assunto nel 1986. Più che il rumore delle parole del direttore, fu il silenzio dei macchinari che smisero di funzionare a fargli capire che la situazione era senza via d’uscita. «Ricordo bene quel momento», spiega Alberti. «Ricordo le scene isteriche, i pianti, la commozione, la sete di capire cosa stava succedendo».
Il primo sentore di crisi Marco lo fiuta intorno al 2000. La Eaton la spunta, ma cinque anni dopo è di nuovo turbolenza con la crisi del mercato dell’auto. «Pensavamo a un drastico taglio sì – ricorda Alberti – ma non certo alla chiusura. E comunque non prima del 2009».
L’annuncio di quel giovedì spiazza tutti. «Nacquero assemblee spontanee che andarono avanti fino a fine anno. La produzione era ferma ma continuavamo a timbrare il cartellino». La situazione è surreale: «L’azienda faceva utili, i magazzini erano pieni, negli ultimi mesi i nostri indicatori di qualità di produzione erano ottimali. Ci avevano riconosciuto persino un premio qualità nell’ultimo stipendio».
A metà dicembre azienda e sindacati firmano l’accordo. Nel giro di 75 giorni da quel 9 ottobre il personale è a casa, licenziato. Che fare? «Non voglio passare per quello integro – spiega Marco –ma in questi anni non ho mai accettato lavori al nero. Ho sempre voluto mantenere la mia professionalità; sono ancora convinto di poter dare il mio contributo all’industria italiana. Ho mandato una cinquantina di curricula in tutta Italia, ma ho avuto tre-quattro risposte, di cui due “le faremo sapere” e due colloqui informativi che non hanno prodotto nulla. La cosa comincia a essere pesante, sia dal punto di vista economico che psicologico. Sto attingendo dal Tfr e non so quanto ne rimarrà. A questo punto penso che potrei accettare qualsiasi lavoro». (f.f.)
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