Il Tirreno

Il fiscalista Andreani: nessun dubbio, conta il valore in cava

Il fiscalista Andreani: nessun dubbio, conta il valore in cava

Marmo, sul presunto nero il tributarista carrarese: siamo nella media del Paese e negli ultimi anni la cifra è diminuita

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CARRARA. Dopo i due interventi delle Associazioni Co.di.ci. e Cara Carrara, un paio di domande sono d’obbligo al fiscalista Giulio Andreani sempre su pianeta marmo, tariffe, evasione. Il dibattito è ovviamente quello relativo alla tassazione del lapideo, dopo la pubblicazione del “tabellone” su prezzi medi e canoni dovuti.

Ma insomma, chi ha ragione: il prezzo medio su cui calcolare il canone dovuto per la legge regionale 78-98 e per il canone di concessione per gli agri marmiferi, è il "valore di vendita", quello "non inferiore al valore di mercato", come si afferma nella legge regionale e nella Finanziaria, oppure ill valore del materiale in cava come sostiene lei?

« Guardi - ribatte il tributarista Andreani - che sull'argomento non c'è proprio discussione: il contributo va calcolato sul valore di vendita in cava e non su quello di vendita altrove, ad esempio a Chicago o a Shangai, che è ovviamente più elevato a causa di una molteplicità di fattori ed è il risultato di un'attività commerciale che nulla ha a che vedere con quella estrattiva. Sul punto, non è un caso, non sussiste del resto nessun contrasto tra le imprese e l'amministrazione comunale; le vertenze in corso hanno a oggetto, infatti, solo la determinazione del valore di vendita del marmo in cava, la quale è inevitabilmente il risultato di stime e congetture e non rappresenta quindi un dato individuabile con oggettività e certezza. La legge regionale, che avrebbe certamente potuto essere scritta meglio, utilizza l'espressione "valore di vendita", senza precisare a quale stadio di lavorazione e commercializzazione del materiale esso va individuato; è tuttavia evidente che, trattandosi di un contributo dovuto in relazione all'attività di escavazione, il valore di vendita cui tale legge fa riferimento può essere solo quello attribuibile al marmo per effetto della semplice attività di escavazione, e non certo quello che esso assume a seguito di ulteriori costose attività, quali sono quelle di trasporto, di immagazzinamento, di marketing e valorizzazione del prodotto che qualche impresa svolge e altre, del resto, non compiono nemmeno: ad esempio, assumendo che esse traggano dalle loro cave il medesimo materiale, che senso avrebbe assogettarle al contributo sulla base di valori diversi a causa del fatto che alcune lo vendono in cava e altre lo sottopongono a un processo di valorizzazione nei mercati internazionali? Una diversa interpretazione condurrebbe inoltre, numeri alla mano, a risultati irragionevoli, perché la maggior parte del reddito prodotto dalle imprese verrebbe prelevato dal Comune; considerato che la residua parte di tale reddito dovrebbe ovviamente essere assoggettata alla ordinaria imposizione statale, che nel settore è in genere superiore al sessanta per cento dell'utile, ne deriverebbe una sostanziale confisca del reddito prodotto, che cozza con il buon senso ancor prima che con il diritto».

E aggiunge: «Il riferimento a una delle leggi finanziarie degli ultimi anni riguarda invece un tema diverso e cioè l'obbligo degli enti pubblici di determinare sulla base di criteri di mercato i canoni relativi ai beni che essi danno in locazione o in concessione. E` un principio giustissimo, che viene peraltro generalmente disatteso (quanto pagano, ad esempio, i partiti e varie associazioni per occupare locali di proprietà del comune?). L'amministrazione comunale non ha voluto prevedere per le cave un canone di concessione, preferendo applicare il contributo di cui abbiamo parlato prima; secondo me sbagliando. Così come è errato il fatto che l'unico beneficio che l'amministrazione comunale pensa possa esser tratto dalle cave sia quello costituito da un prelievo monetario, disinteressandosi dell'utilizzazione economica che delle cave viene poi in concreto fatta e del contributo allo sviluppo dell'economia locale che realmente ne deriva. Senza dimenticare, inoltre, che quel prelievo viene puntualmente sperperato in scellerate gestioni di società pubbliche, i cui responsabili, sebbene le loro azioni siano molto più nocive per la collettività di quelle di taluni incalliti evasori, non vengono mai chiamati a rispondere dei danni causati».

E' ancora vivo il dibattito sul caso antimafia, ossia fra chi ritiene esagerata un'inchiesta sul presunto nero alle cave e chi invece la ritiene necessaria: ma per combattere l'evasione, è proprio necessaria l'antimafia o ci sarebbero già i sistemi per contrastarla?

«Come ho già avuto modo di dire, a Carrara l'evasione fiscale non è superiore a quella mediamente esistente nel resto del Paese e negli ultimi anni è diminuita, anche a seguito dell'efficace azione di contrasto svolta da Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Non esiste pertanto un problema locale e non vedo perché, comunque, dell'evasione fiscale dovrebbe occuparsi la Commissione antimafia, la quale, visto che ben quattro regioni sono sotto il controllo della criminalità organizzata anzichè dello Stato, ha probabilmente altro di cui occuparsi e altre occasioni per mostrarsi utile». E aggiunge: «L'evasione fiscale e` certamente uno dei problemi del Paese, perché è molto piu` elevata che in altri stati, ma non costituisce quello decisivo. Il problema principale è infatti quello della mancanza di crescita, che deriva da una tassazione troppo elevata, da un debito pubblico insostenibile generato da quarant'anni di governi incapaci, da una spesa pubblica eccessiva e inefficiente, dalla inaffidabilità della classe politica, a livello nazionale e locale, che scoraggia gli investimenti, dal fatto che negli altri paesi la gente ha più voglia di lavorare e di fare. In ogni caso, anche se non rappresenta la soluzione di tutti i problemi, la lotta all'evasione fiscale è senza dubbio importante. Tuttavia, chi intende lanciare proclami sull'argomento, per ragioni di coerenza e trasparenza dovrebbe prima fare una cosa: rendere pubbliche le proprie dichiarazioni dei redditi degli ultimi cinque anni. Penso che ne vedremmo delle belle! Le mie sono naturalmente a disposizione».

(m.b.)

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