Il Tirreno

«Il mio Paolo lasciato solo, non possiamo vivere così»

Il racconto di Alberto, padre di un ragazzo autistico. Senza lavoro da un anno chiede aiuto: rivogliamo l’operatore che trattava mio figlio da persona matura

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MASSA. Se avete letto il libro di Fulvio Ervas “Se ti abbraccio non aver paura” dimenticatelo. La storia di Alberto e Paolo non è quella di Franco e Andrea. L’unica cosa che li accomuna è l’autismo dei due ragazzi, per il resto siamo distanti anni luce. Tanto che i nomi di Alberto e Paolo sono di fantasia perché il padre non vuole mettere in piazza la loro vicenda «in maniera così spudorata».

Dimenticato il libro (vedi il box accanto) c’è la vicenda da raccontare. Quella dolorosa, non quella dei viaggi on the road. Alberto e Paolo vivono in sessanta metri quadri a Marina di Massa. Pagano settecento euro al mese di affitto e ogni volta fanno i salti mortali per trovarli. Perché Alberto, 63 anni, non lavora. Ha 32 anni di contributi ma grazie alla riforma del governo Monti non può andare in pensione. E grazie ai servizi sociali, che hanno tolto l’operatore che seguiva il suo ragazzo, non può neppure trovarsi un impiego. «La legge dice che a 18 anni i ragazzi autistici devono andare nei centri per adulti. Paolo non ci vuole stare e da due anni sono io ad accudirlo. Non ce la faccio più, quando ha le crisi adesso ha più forza di me. È davvero difficile andare avanti».

Alberto ha un cespuglio di capelli bianchi, è piccolo di statura. Ma ha orgoglio. Sta lottando con gli assistenti sociali: «Hanno detto che stanno facendo un progetto di inserimento su misura per Paolo. Ci sarà un operatore ad accompagnarlo nel centro. Ma hanno già detto che sarà diverso da quello che c’era prima. Secondo me è un errore». Il vecchio operatore è un amico per Paolo, è uno che lo sveglia dal suo torpore. Lo fa uscire di casa. Anche in questo periodo che per legge non si dovrebbe più occupare di lui. E Paolo da quando non lo ha più al suo fianco si sta lasciando andare: ha perso 40 chili e praticamente è ridotto a poco più di uno scheletro. «Purtroppo con un operatore nuovo la situazione resterà tale e quale», sospira Alberto.

Nonostante il pudore di non rivelare sul giornale il suo nome («mi conoscono tutti»), anche il papà di Marina di Massa è orgoglioso del suo ragazzo, come Franco è orgoglioso di Andrea. E lo dimostra sfogliando i quaderni che teneva quando andava al linguistico, una scuola scelta perché frequentata da ragazze, più sensibili dei coetanei maschi. «Erano tutte amiche di Paolo, nessuna lo ha mai preso in giro. E lui a scuola andava volentieri». Lo hanno fermato in terza, nonostante non lo avessero mai bocciato, per mandarlo in un centro Anfass. «Da quel momento mio figlio si è chiuso - continua Alberto -. Da quel momento la mia vita è cambiata». Questo uomo di 63 anni, vedovo dal 2003, con un altro figlio disabile e una figlia all’università, ha dovuto chiudersi in un armadio. Scomparire. «Mi hanno licenziato perché Paolo si svegliava tardi e non prendeva il pullman che lo portava al centro, così lo accompagnavo io. A volte mi chiamavano nel pomeriggio perché era troppo nervoso. Il mio titolare a quel punto mi ha lasciato a casa». Proprio quando aveva deciso di prendere casa a Marina, per stare lontano dai condomini e non sentire le proteste: «Il mio bimbo urla a qualunque ora del giorno e della notte».

La storia è questa. I servizi sociali, seguendo la legge, hanno rotto un equilibrio che si era creato dopo otto lunghi anni di intesa tra un operatore volenteroso e un giovane affetto da autismo. La speranza è che la ragione, per una volta, sia più forte dei burocrati.

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