Il Tirreno

Nicola Zanone, sinistro magico ma troppi infortuni

di Luca Basile
Nicola Zanone, sinistro magico ma troppi infortuni

L’accusa: «Carriera minata da rientri forzati e frettolosi» Quelle partitelle tra vip al campetto da calcio al Cinquale

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MONTIGNOSO. «Passala Nic, passala». Ma il bambino, testa bassa, dribbling al curaro, un piede sinistro che incanta, non sembra sentire la voce del suo allenatore. Ne scarta due, tre, cinque, di piccoli avversari poi alla fine, sorridente, appoggia dolcemente il pallone in porta.

«Quel giorno è iniziato tutto: avevo 12 anni, la squadra dei ragazzini del Biella, dove giocavo, affrontava i pari età della Juventus. La mia partita durò 20 minuti».

L'allenatore, inascoltato, lo chiama in disparte: teme una lavata di capo, Nic, e invece… «Mi disse che sarei andato alla Juventus. Che mi volevano nella loro squadra. E io rimasi in silenzio. E non smettevo di sorridere».

Nicola ' Nic' Zanone, classe 1956, biellese di nascita, apuoversiliese di adozione e nell'animo.

«Adoro questa terra: qui abito da anni, fra Cinquale - dove ha un piccolo campo da calcio che lo vede protagonista con ex colleghi di partite tiratissime, ndr - e Marina di Pietrasanta. Ed è sempre qui che ho tutto». Fisico asciutto, da vero atleta, capelli folti, look giovanile: Zanone va per i 56 anni, ma ne potrebbe dimostrare tranquillamente 10 di meno.

«A dire il vero le scorie di una carriera agonistica difficile le sento ogni giorno sulla mia pelle: 6 operazioni al ginocchio, due alle caviglie, infiltrazioni di cortisone ed altro a dosi certo non omeopatiche e con preoccupante frequenza. Traumi, strappi: serve altro?». Smette di sorridere, Zanone: quei 18 anni di pallone ad alto livello, fra serie A e serie B - con epilogo calcistico in Canada - li vive con un enorme rimpianto. «Ho sempre dovuto convivere con il dolore e con la scarsa sensibilità di chi, presidenti, allenatori, medici, ti volevano a prescindere in campo. Dovevo dire no, ma quando sei un ragazzo e ti trascinano in quel mondo, dire no è complicato. E alla fine, a pagarne le conseguenze, sono stato solo io. E la mia carriera», sussurra, amaro Zanone, definito da allenatori come Galeone e Ulivieri, «un talento purissimo, dal bagaglio tecnico come pochi».

Mettiamo in pausa e torniamo indietro: come andò l'apprendistato alla Juventus di Boniperti?

«Feci tutta la trafila delle squadre giovanili: un bel periodo, tranquillo. Formativo. Segnavo molto: mezzala, seconda punta. Nel 1975 fui aggregato alla prima squadra: c'erano Zoff, Bettega, Furino e via dicendo. Abitavo in un appartamento, a Torino, con Paolo Rossi. Un giorno mi convocò il presidente, Giampiero Boniperti: in 5 secondi mi fece firmare il mio primo contratto da professionista. Non ci fu neanche il tempo di discutere, impossibile farlo con Boniperti quando si trattava di contratti. Mi chiese. " Ti vuole in prestito Gianni Di Marzio, al Catanzaro: che ne pensi?". Gli risposi che quello che decideva la società per me andava bene. Ma la Juve di darmi al Catanzaro non aveva intenzione: dinamiche societarie, credo. Però, sui giornali, uscì la storia del figlio di papà Zanone - i genitori avevano una azienda nel biellese, ndr - che rifiutava il Sud. Balle, cattiverie, fatte filtrare non so perché. Nel mercato autunnale, a smentire il tutto, andai a Brindisi, in serie B. Giocai poco, ma mi servì».

Quel ragazzo, alto e magro, che segna 3 goal con il Brindisi primavera al Napoli, è però talento che piace a molti allenatori e direttori sportivi. Ma la Juventus, eravamo nel 1976, era sempre proprietaria del tuo cartellino?

«Sì, e sceglieva, ovviamente, per me. Prima una tappa a Varese, poi Empoli, dove incontrai la migliore persona che ho conosciuto nel mondo del calcio, il povero Giampiero Vitali. Un uomo buono, oltre che ottimo allenatore. A 22 anni e dopo 16 goal nell'Empoli, il mio nome era entrato in tante trattative per la felicità di Boniperti, anche se nel frattempo il mio cartellino aveva più compartecipazioni societarie».

Finisci a Vicenza, con Renzo Ulivieri, segni 13 goal in mezzo campionato di B, c'è chi ti valuta 5 miliardi di lire, si parla di Milan, Fiorentina, premio Chevron e poi, sul più bello, cosa accade?

«Ulivieri pretendeva dagli attaccanti un gioco a tutto campo, anche in fase difensiva: nel tentativo di recuperare un pallone, in scivolata, sentii un dolore tremendo all'altezza dell'inguine, lo stesso punto in cui da giorni lamentavo un forte fastidio, sottovalutato da chi di dovere. Avevo giocato 25 partite di fila, sempre 90 minuti, il mio fisico reclamava riposo. E invece mi strappai proprio all'inguine: per un infortunio del genere Gigi Riva fu costretto a ritirarsi: io ero un ragazzo di 22 anni che, sbagliando, si affidò completamente ai dettami di medici e società per recuperare. I miei problemi fisici successivi sono stati tutti conseguenza di quello strappo».

Cosa vuoi dire? "

«Lo strappo era importante, nonostante questo a quel Vicenza servivo in campo, perché la serie A stava sfuggendo: c'era poi il premio Chevron, importante in chiave mercato, da conquistare. Ma non ero io: avevo dolore, movimenti bloccati, non ero in grado di scendere in campo, sarei dovuto restare fermo per mesi per seguire le terapie. Cominciarono le infiltrazioni: un tormento. Quando sento dire ad un allenatore che quel giocatore ha un grande carattere perché ha giocato nonostante l'infortunio e il dolore, io reputo quell'allenatore un deficiente, perché con la salute delle persone non si gioca. E' mancanza di rispetto e controproducente, alla lunga».

Nonostante i problemi ti volle la Fiorentina di Pontello. «Sì, ma non ero io. Convivevo con la pubalgia, la mia postura, causa lo strappo mai curato veramente, era cambiata. Per 3 mesi, a giorni alterni, feci infiltrazioni contro il dolore. E i giornali avevano smesso di parlare di Zanone in Nazionale Anche grazie ad un'etichetta cucita sulla mia persona dal presidente Pontello».

Quale etichetta?

«Disse che ero un malato immaginario: finii nel mirino di critica e tifosi. Ma io, fisicamente, ero veramente a pezzi: stavo meglio dallo strappo e mi facevo male al ginocchio, poi fu la volta dei tendini e ancora della caviglia. Facevo vita da atleta al 100%, ma il mio fisico, dopo quell'infortunio a Vicenza, chiedeva il conto. Sarebbe bastato stare fermo qualche mese: con le cure e le terapie attuali e sarei tornato lo Zanone dei 20 anni. E forse, alla fine, la mia sarebbe stata tutt'altra carriera».

Ancora una volta, per cancellare etichette e dicerie facili, decidesti di assecondare medici e società: pentito? «Si, certo. Anche se bisogna sempre ragionare nel contesto. E comunque mi volle l'Udinese e con 8 reti fui il capocannoniere della squadra. Avevo 24 anni. E sembravo rinato. Sembravo».

Dopo Udine, tre anni alla Samp di Mantovani, Perugia, ancora Udinese, Pescara e Modena: hai giocato con e contro i più forti calciatori degli anni 80: il migliore in assoluto?

«Marco Van Basten. Ineguagliabile. Un marziano. Il difensore più ostico? Più di uno: Collovati, Canuti, Vierchowod, Filippo Galli, Gentile. Riccardo Ferri, ma ad alcuni di questi ho segnato. E poi fatemi dire altri 2 nomi: Junior del Pescara e Francis della Samp: talentuosi oltre ogni immaginazione».

E fra gli allenatori?

«Di Vitali ho detto: una cara persona. Ma, pur con alti e bassi, com'è normale che sia quando giochi, ho avuto un buon rapporto anche con Ulivieri e Galeone».

Il ' tuo' Pescara, da neopromossa, esordì in serie A, nel 1987 a San Siro, contro l'Inter e vinse 2-0: te lo ricordi? «Me lo ricordo perché all'inizio del secondo tempo i miei legamenti finirono per cedere. Non dovevo giocare, avevo un ginocchio gonfio come un melone, facevo fatica ad alzarmi dal letto. Nelle settimane precedenti, in Coppa Italia, avevo segnato 2 goal uno di questi al Milan di Van Basten. Poi il ginocchio andò ko. Nonostante questo, è il refrain che mi ha accompagnato tutta la carriera, servivo in campo almeno un tempo. Infiltrazioni, e terapie varie: potevo fare solamente certi movimenti. Niente di più. Alla fine del primo tempo, sull'1-0 per noi, chiesi il cambio: sentivo troppo dolore, ero molto preoccupato. Mi dissero di fare ancora 10 minuti. Bastarono per rovinarmi del tutto. In 3 anni, dopo quell'infortunio, giocai solamente 12 partite».

Cosa consiglieresti ad un giovane calciatore, non in perfette condizioni fisiche, a cui viene chiesto di stringere i denti e giocare?

«Di ascoltare il proprio corpo, di non assecondare chi pensa al risultato immediato. Dietro il calciatore c'è sempre un uomo che, un giorno, pagherà le conseguenze di tanta superficialità. Ad un certo punto mi avevano fatto quasi un lavaggio nel cervello, volevano convincermi che il dolore che provavo, che gli infortuni che subivo, non erano reali. . Il rispetto che non ti danno gli altri, te lo devi conquistare da solo, prima che sia troppo tardi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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