«Olga ha detto no anche all’aiuto offerto dall’Asl»
L’azienda sanitaria: non ha voluto essere accolta in una struttura protetta E avrebbe fatto perdere le sue tracce anche all’alcologia. Mai vista al consultorio
MASSA. Una donna, una mamma di soli 31 anni, un bambino che non vive più con lei, uno in arrivo. E un’immensa solitudine, quella che ti spinge a cancellare ogni traccia. A non lasciare neppure un segno di te, come se tu fossi passata veloce: un soffio di vento, poi più nulla.
Olga perde ogni contatto con chi potrebbe aiutarla: con i servizi sociali di Massa - racconta l’assessore Gabriella Gabrielli -, con quelli dell’Asl - fa sapere l’azienda sanitaria. E ora di lei rimane un segno solo nelle relazioni stese dalle assistenti sociali, nella documentazione che è finita o finirà nelle mani della Procura (sulla morte di Olga è stato aperto un fascicolo) e nelle coscienze di tutti noi. Sensibili, forse, solo troppo tardi. Olga - racconta Monica Guglielmi, responsabile dei servizi distrettuali all’Asl - era conosciuta, noi l’avevamo presa in carico. Il primo contatto - questa la ricostruzione - dopo un ricovero presso il servizio di prevenzione, diagnosi e cura. «Dagli atti - continua la dottoressa - risulta che la ragazza è stata seguita anche con alcuni trattamenti sanitari». Poi arriva un altro ricovero, ma in una casa di cura. La giovane madre ucraina - sempre stando alla documentazione in possesso dell’Asl - non vuole starci in quella casa, tanto che se ne sarebbe andata volontariamente. Allora i servizi le avrebbero proposto un’ alternativa, forse pensando che potesse essere più sostenibile: la struttura protetta.
È il 2010, fine estate e Olga «firma un documento perchè non vuole un percorso terapeutico in quella struttura». E nessun cittadino adulto può essere obbligato a fare ciò che non desidera, ciò che ritiene non le appartenga, non possa tollerare.
Fin quando i servizi sociali riescono a sapere dove si trova Olga, l’aiutano: «In un caso - ricorda Monica Guglielmi - il marito li avvisò che stava male e le assistenti sono intervenute, le hanno chiesto di aprire la porta, accoglierle, farsi offrire sostegno». Poi, però, quella giovane donna fa perdere ogni traccia di sè. Al comune e all’ Asl - almeno così è stato ricostruito. Il suo rapporto con l’azienda sanitaria non si sarebbe esaurito nel contatto con i servizi sociali. A dare una mano ad Olga c’è anche il centro di alcologia: giovane, in un paese straniero, ha tentato, sofferente, di soffocare tutto il suo dolore. Dall’estate del 2010 anche l’alcologia, però, di lei non sa più nulla. Di Olga - spiega Monica Guglielmi - si sono occupati in molti. O, in ogni caso, le hanno offerto aiuto: il dipartimento di salute mentale, l’alcologia appunto, i servizi sociali comunali e sanitari, il medico curante. Ma tutti, a quanto pare, ne perdono le tracce. Lei scompare, diventa un’invisibile. Si insinua tra le maglie - forse troppo larghe? - della rete sociale. E nessuno - così assicurano tutti coloro che con lei si sono relazionati - sa che quella ragazza ha trasformato in casa una tenda, ai bordi della ferrovia. E lì vive anche quando arriva il pancione e una nuova vita annuncia di allietare la sua. Molti, forse, pensano che Olga sia ritornata nella sua Kiev, nella sua terra.
L’Asl garantisce che quella futura mamma non si fa mai vedere neppure al consultorio, non va in ambulatorio a chiedere aiuto, a prenotare una visita per sapere come sta il bambino che porta in grembo. La dottoressa Guglielmi ammette che «è impressionante la solitudine di questa donna, ma abbiamo fatto il possibile, più di questo non avremmo potuto fare». Quella ragazza ha rifiutato l’ aiuto? Rimane un interrogativo:perchè mai una donna preferisce rinunciare? Perchè, anche di fronte alla maternità, non fa un passo indietro e bussa a qualche porta? E soprattutto, perchè - e la domanda è per tutti noi - quelle maglie della rete sociale sono così larghe?
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