Sì a negozi sempre aperti ma non nella nostra città
Palazzo civico e tutte le categorie confermano le regole degli scorsi anni Serrande alzate massimo fino alle 22 e cinque giorni di chiusura obbligatoria
di Chiara Sillicani
MASSA. Favorevoli o contrari, non fatevi venire in mente l’idea di andare in giro per shopping alle ore più disparate. Vero, il governo Monti ha liberalizzato aperture e chiusure (apri quanto vuoi, quando vuoi), ma da queste parti le serrande continueranno ad alzarsi ed abbassarsi ai soliti orari.
E, soprattutto, rimarranno i 5 giorni off-limits, quelli in cui il negozio non lo può aprire nessuno. Salvo che arrivi la deroga del sindaco. Ammessa, però, soltanto per chi gestisce un’attività dall’autostrada in giù, vale a dire lungo la fascia al mare, quella meta - si spera - di turisti. Niente acquisti, quindi, il 1° gennaio, a Pasqua, il Primo Maggio, il 25 e il 26 dicembre. Tutto esattamente come lo scorso, meglio gli scorsi anni. Almeno fino a dicembre 2012, poi i giochi si riapriranno. Ebbene sì perché a fine anno scade l’accordo, sottoscritto da Palazzo civico e categorie nel 2010. Accordo che ieri Luigi Della Pina, assessore alle attività produttive, ha sottoposto nuovamente al mondo del commercio e su cui quel mondo - nonostante qualcuno abbia storto il naso - ha messo nuovamente la firma.
La decisione, quindi, il Comune non l’ha presa di sua sponte: Della Pina ha chiamato all’appello tutte le categorie. Dal piccolo dettagliante all’ ipermercato. Al tavolo anche i sindacati che tutelano chi nel commercio lavora. E l’idea delle liberalizzazioni - questo è emerso dall’incontro - piace a pochi. Certo alla grande distribuzione pare una possibilità su cui puntare, ma le associazioni, unite, contestano l’apertura sempre e comunque. Risultato? Firme apposte all’accordo, in vigore dal 2010, che prevede aperture dalle 7 alle 22 e 5 giorni (quelli di cui dicevamo sopra) in cui le serrande rimangono abbassate. Eppure il decreto sulle liberalizzazioni c’è, ma categorie e amministrazione “sfruttano” la momentanea vacanza normativa. Vero, il governo Monti ha detto sì, ma mancano i decreti attuativi. Non solo, la Regione ha fatto la sua parte, ha definito in 13 ore l’estensione massima dell’apertura ed ha deciso di ricorrere alla Corte costituzionale (come ha già fatto per il primo decreto Berlusconi sul tema) contro la decisione di Palazzo Chigi. L’argomento è semplice: commercio e orari non sono tema di competenza statale e le liberalizzazioni affossano i dettaglianti. Quelli che non ce la fanno ad aprire sempre e a pagare il personale per alzare le serrande anche 24 ore su 24. Così, in attesa dei decreti attuativi e della pronuncia della Corte, le categorie dicono sì all’idea di lasciare tutto com’è.
Lo conferma Umberto Sarto, di Confcommercio: «La legge regionale - ci tiene a sottolineare - prevedeva tavoli di concertazione comunali. Così ha fatto l’amministrazione e, nonostante qualche dubbio della grande amministrazione, la condivisione è massima». E la previsione da parte di Firenze di tavoli di concertazione è l’osservazione centrale anche della riflessione di Paolo Arpagaus, presidente di Confesercenti : «Visto il ricorso, la Regione ritiene ancora in vigore la sua normativa. Come categoria noi ribadiamo e riconfermiamo l’accordo siglato due anni fa. Piuttosto che alla liberalizzazione, siamo favorevoli ad ampliare le chiusure». Il concetto è chiaro: in terra apuana aprire sempre non avrebbe senso: «C’è crisi perché mancano i soldi e non il tempo per fare gli acquisti».
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