Il presidio
«Per la stessa vicenda è sotto inchiesta a Livorno»
Coca, la difesa dell'imprenditore: del tutto estraneo alle accuse
◗
La coca bloccata al porto El Callao in Perù 2 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. È in carcere a Minsk dal 9 ottobre scorso l'imprenditore carrarese Antonio Gazzo, 44 anni, sposato, al centro di un'inchiesta internazionale per traffico di stupefacenti. Una vicenda complessa, con molti aspetti ancora da chiarire. Il pool di avvocati difensori (Paolo Barsotti e Alberto Pincione di Carrara, Piero Porciani di Milano) si sta battendo ormai da tre anni per cercare di dimostrare l'estraneità del loro assistito da tutte le accuse. Secondo i legali della difesa, tutto nasce da un preventivo per della bentonite sodica, che sarebbe stato richiesto per email - per conto di un amico la cui identità non viene rivelata - dallo stesso Gazzo verso un'azienda peruviana. Siamo nel 2008, dal Perù arriva la risposta: la merce è in partenza immediatamente; Gazzo prova a rispondere: parte che cosa? Ho chiesto solo un preventivo... Scatta il blitz, a El Callao, il porto di Lima, viene trovato l'enorme quantitativo di coca - una tonnellata e mezzo per un valore di 350 milioni di euro. Dalla procura di Lima parte un ordine di cattura nei confronti di Gazzo a quanto sembra non valido per l'Italia, all'Italia si chiede che l'autorità di Carrara faccia firmare una sorta di registro presenze all'imprenditore. Nel frattempo, visto che il porto di destinazione era Livorno, si attiva anche l'inchiesta della procura labronica, sempre per traffico di droga; Gazzo, incensurato, continua a girare il mondo per aggiustare macchine del vetro, il pm titolare dell'inchiesta a Livorno, il dottor Mannucci, manda l'avviso di conclusioni indagini; il 28 luglio scorso, accompagnato dall'avvocato Barsotti, Gazzo si fa interrogare dai Ros di Livorno per ribadire il fatto di essere estraneo a quella vicenda così enorme di coca. A febbraio gli avevano rinnovato il passaporto, a ottobre si trova a Minsk e dopo aver finito il lavoro, all'aeroporto, al momento della partenza, lo bloccano: dal terminale risulta ancora la pendenza con il Perù (non con l'Italia). È l'inizio dell'incubo carcere. Nel frattempo le sue condizioni di salute si aggravano, i familiari sono angosciati; l'auspicio è che fra breve, quando scadranno i termini per la carcerazione preventiva possa essere rimandato a casa, e qui attendere l'eventuale processo a Livorno (se in sede di udienza preliminare sarà rinviato a giudizio). Una vicenda per molti versi kafkiana, almeno nella versione della difesa: il Perù chiede alle autorità italiane la raccolta delle firme, una procedura non prevista in quelle forme specifiche qui da noi, quindi non annulla l'ordine di cattura che resta in piedi, e a distanza di tre anni si materializza in Bielorussia la carcerazione preventiva.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
