Il Tirreno

Lavoro e morte. L’associazione Afea si batte per il riconoscimento della malattia professionale

Amianto, l'odissea dei parenti delle vittime

Luca Borghini
Il pubblico presente al convegno sulle morti causate dal lavoro a contatto con l’amianto
◗
Il pubblico presente al convegno sulle morti causate dal lavoro a contatto con l’amianto

La famiglia di Mario Barbieri che lavorò da Nca: l'Inail rivuole il risarcimento di 100mila euro

3 MINUTI DI LETTURA





 SARZANA. Non vengono chiamate "morti bianche" soltanto per il fatto che il lavoratore non lascia la vita mentre è intento a svolgere il proprio incarico, ma spesso in un letto di ospedale e talvolta in quello di casa.  Soltanto che le vittime dell'amianto per vedersi riconosciuta la malattia professionale, troppo spesso devono affrontare infinite battaglie legali; un autentico dramma nel dramma per le famiglie.  Il territorio, tra la costa spezzina e quella apuana, è tra le realtà con il più alto numero di morti per amianto; è per questo motivo che è nata l'Associazione famiglie esposte all'amianto (Afea) intitolata al carrarese Mario Barbieri.  Ieri nelle sale del Park hotel Santa Caterina si è svolta la prima assemblea nazionale di Afea. Una delle prime battaglie è per 40 lavoratori del cantiere navale di Marina di Carrara, vittime, negli anni, dell'amianto.  In questo elenco - il picco si prevede nel 2020 - c'è Adriano Boggia, norto nel 1994, a 51 anni, dopo aver lottato contro la micidiale asbestosi. Una storia e un dramma, seguito dall'associazione trascinata dalla forza di Federica Barbieri. Boggia ha lavorato per quasi trent'anni al cantiere di Marina di Carrara, restando per tutti questi anni a contatto con l'amianto, all'epoca utilizzato in molte lavorazioni: addirittura veniva spruzzato. Nel 1993 accusò i primi sintomi e gli specialisti non ebbero dubbi: asbestosi. Dopo la morte, un secondo calvario iniziò per la famiglia. A ricordarlo è il figlio Luciano: «Mio padre ha lavorato per una vita nei cantieri poi a soli 51 l'amianto l'ha ucciso. È difficile pensare di morire a quell'età e per una malattia legata al lavoro».  La storia di una morte legata all'amianto e a una battaglia. Qualcuno la "liquida" come una morte per un tumore al polmone, ma gli specialisti sconfessano e ribadiscono: la causa del decesso è l'asbestosi. L'operaio è morto per l'amianto. Nel dramma il figlio procede alla richiesta per il riconoscimento della malattia professionale, riuscirà a ottenerlo ma dai Cantieri di Marina la posizione resta identica nel corso degli anni: l'uso dell'amianto nel cantiere non è certificabile.  La storia di Boggia non è un caso isolato, l'amianto nel cantiere si usava e le sue fibre hanno fatto correre la morte di operaio in operaio.  Negli anni '90 erano quasi 400 i lavoratori in cantiere, di questi 40 si sono ammalati. Il 10% e non è poco. Attorno a queste storie si è alzato un muro di silenzi tra i lavoratori.  C'è poca voglia di ammettere che nel cantiere si usava amianto quotidianamente e che 40 operai colpiti da stessa identica malattia, legata indiscutibilmente alla sostanza, non possono essere coincidenze.  E' ora arrivato in Cassazine il processo, per il contenzioso fra l'Inail e la famiglia Barbieri. Un contenzioso portato avanti dall'Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni per riavere indietro 100mila euro dati come risarcimento per la morte legata all'attività professionale. Un muro di gomma tra le istituzioni e le famiglie. Come l'ultimo schiaffo raccontato dai famigliari: «L'Inail di Spezia ha proibito l'affissione dei volantini Afea nella sede dell'istituto».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani