Italia
«Mia sorella da qui non la porteranno via: non glielo permetterò»
Alessandra Vivoli
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Maria Cristina De Angelis, sua sorella è fra i pazienti in coma ricoverati al settimo piano del monoblocco 4 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. Il corridoio è accanto all'ascensore. Vicino alla porta con la manigliona rossa dove, per entrare, bisogna suonare il campanello. È un corridoio di granito marrone, lungo pochi metri, e finisce con una vetrata lunga, senza infissi. A strapiombo sulle scalinate dell'ospedale, davanti al panorama della città. Vista dal settimo piano del monoblocco. Lei, Maria Cristina De Angelis, è pronta a farlo in volata, con la sua sedia a rotelle. E a buttarsi di sotto, se le porteranno via da qui la sorella, in coma dal 5 maggio scorso. «Io sono pronta a fare il salto, non ho nulla da perdere. Qui da mia sorella ci vengo tutti i giorni. Quando non possono portarmi i parenti prendo un mezzo, chiamo i volontari. Non posso starle lontana: se la portano via, a Pontremoli non potrò più vederla come ora. Non ce la faccio. L'ho pure detto alla riunione con i medici che cercavano di spiegarci la situazione: guardate che io prendo il corridoio di volata e mi butto di sotto». Parla con la voce rotta Maria Cristina De Angelis, 55 anni. Viene, tutti i giorni qui in ospedale, da Marina di Massa. A trovare la sorella, che di anni ne ha 67, e da un anno è in coma. Dal 26 agosto scorso, dopo un ricovero prima a Massa e poi a Sarzana, si trova al settimo piano del monoblocco. In quel reparto, che l'Asl ha deciso di chiudere, per trasferire i pazienti «in stato di coma prolungato» a Pontremoli. In una Rsa (residenza sanitaria assistita) proprio accanto al vecchio ospedale Sant'Antonio Abate, e tuttora in fase di ristrutturazione. Maria Cristina è sulla sedia a rotelle. «Ho avuto la poliomelite - liquida subito la faccenda, stringendosi nel suo pile rosa - Ma io sono fortunata: voi non lo sapete tutot il dolore che c'è oltre quella porta. E non lo sa chi taglia i soldi alla sanità». È una donna coraggiosa Maria Cristina. E tanto coraggio lo mette anche nell'affrontare la malattia della sorella. «Io lo so che lei mi sente, mi capisce - racconta - Noi parliamo di tutto. Io parlo, lei mi risponde con gli occhi. A me e anche all'altra sorella: siamo in tre, siamo sempre state unite e di difficoltà ne abbiamo superate tante. Adesso dobbiamo affrontare anche questa, ma restando sempre vicine». È una donna schiva Maria Cristina. Le difficoltà, tutti gli ostacoli che ha dovuto, e deve, superare le si leggono nel volto. Ma lei non vuole parlare di questo. «Mia sorella, quella ricoverata, era bravissima a cucinare - dice con un sorriso triste - Anche ora io le ricette le chiedo a lei. L'altro giorno ho fatto la pasta ai fagioli e le ho detto: ti leggo gli ingredienti. Lei con gli occhi mi diceva se erano giusti». Un rapporto intenso. Un amore. Fatto di battiti di ciglia. A Maria Cristina questo basta. In questo reparto, al settimo piano del monoblocco viene tutti i pomeriggi. «Ma il sabato alla mattina alle 11 sono già qui e vado via alle otto e mezza di sera - dice - Qui ci conosciamo tutti: anche i parenti degli altri pazienti vengono sempre, fra noi ci sosteniamo: sappiamo quello che si passa e ci facciamo coraggio». E la solidarietà è palapalbile in queste seggioline di palstica rossa, fuori dal reparto. Accanto a Maria Cristina si siedono anche altri parenti. Non vogliono andare sul giornale. C'è chi viene qui da tre anni. Ogni giorno. E molti hanno voglia di gridare il loro dolore: «Noi vogliamo stare qui, accanto ai nostri figli, alle nostre sorelle e alle nostre madri. Non devono permettere di portarceli via». Maria Cristina, invece ci mette la faccia. «Io sono pronta a tutto. Non permetto a nessuno di allontanarmi da mia sorella. Se la portano a Pontremoli io potrò vederla una o due volte la settimana, perchè farsi dare un passaggio fin lì diventa complicato. Ma io a stare lontano da lei non ce la faccio: quando sono a casa ci provo a non venire. Ma sto troppo male e mi faccio portare qui».
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