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Il tributarista Giulio Andreani e le trattative sul marmo
«Attenzione: le tariffe potranno scattare solo dal 2012»
Cinzia Carpita
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Giulio Andreani 4 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. Il tributarista Giulio Andreani, interpellato sul lunghissimo tira e molla fra le parti, dà spunti di riflessione: boccia il sistema tariffario in sè; e mette in guardia: «Se verranno applicati nuovi canoni nel 2011, gli effetti potrebbero essere devastanti». I rischi del 2011. Spiega Andreani: «Hanno ignorato tutti un fatto: quando le imprese stavano per vincere i ricorsi sulla tassa marmi, il Comune chiese loro un accordo. In quell'accordo, dopo la sentenza del 2004 della Corte di giustizia europea, stabilirono che le imprese avrebbero rinunciato ai rimborsi della tassa pagata, e il Comune non avrebbe aumentato le tariffe fino a tutto il 2011. Se il Comune avesse violato quell'obbligo le imprese avrebbero riacquisito il diritto al rimborso». Secondo Andreani, se le nuove tariffe del marmo entrassero in vigore prima della fine del 2011 «Le aziende avrebbero il diritto di chiedere i rimborsi al Comune, inoltre avrebbero nel loro bilancio una sorta di ricavo (sopravenienza attiva), che in base alla legge fiscale nazionale, è tassabile con le imposte sui redditi e con l'Irap, indipendentemente dal fatto che il rimborso venga eseguito o meno, o che la ditta rinunci al rimborso, perché la rinuncia al credito non fa venire meno la tassazione. È noto che qualche tempo fa l'Agenzia delle entrate e la Guardia di finanzia hanno acquisito l'elenco delle imprese che hanno fatto l'accordo del 2004 col Comune». Se le nuove tariffe varrano dal 2012? Secondo Andreani, tutto questo problema non sorgerebbe. Ma nel 2008 ci fu un'altra trattativa sulle tariffe, con contestazioni da parte delle imprese. «Potrebbe esserci qualche effetto anche rispetto al 2008, ma forse no. Allora ci furono posizioni articolate». «Non serve la trattativa». Per Andreani la concertazione a colpi di cifre sulle tariffe non dovrebbe esserci, e suggerisce un altro sistema. «Ciò che manca nelle trattative, in questa e in tutte quelle precedenti fra Comune e imprenditori del marmo, è un criterio oggettivo, cioè ancorato a un parametro espressivo di una misura. Se uno chiede 37 euro a tonnellata, e l'altro 16, qual è il criterio per capire la giusta misura? Il Comune ha le finanze dissestate e per incassare cerca di alzare più che può le tariffe. Le imprese, invece, avendo costi, cercano di tenere le tariffe più basse possibile. Se parliamo di un bene compravenduto sul libero mercato, questo è il risultato della trattativa fra due soggetti, ma se parliamo di un prelievo monetario che ha natura tributaria o paratributaria, il metodo per determinarlo non può essere la trattativa ma un elemento oggettivo». Ecco la ricetta Andreani. «Io da tempo affermo che il criterio oggettivo è il valore della cava collegato a un tasso di rendimento annuale, che può essere determinato sulla base di un tasso di interesse di mercato». Andreani fa un esempio: «Diciamo che il tasso sia il 4%. Siccome stabilire il valore di una cava è semplice, tant'è che quando gli imprenditori comprano e vendono cave non hanno difficoltà a determinarlo, una volta stabilito quel valore è sufficiente applicargli il 4% per conoscere quanto l'impresa concessionaria della cava deve corrispondere al Comune ogni anno. Quello è il canone annuale che deve essere pagato al Comune. Invece, dire che su un materiale bisogna pagare 37 euro, o 16 o altro è come dare dei numeri senza senso». E spiega meglio: «Il sistema che io propongo ha diversi vantaggi: intanto è oggettivo. Quando il Comune dovesse avere bisogno di più soldi, non potrebbe chiedere un incremento perché se la misura è delimitata dal valore della cava e dal tasso di rendimendo stabilito dal mercato, quel limite è insuperabile. Potrebbe essere rivisto ogni dieci anni, ma dovrebbe mutare solo se muta il rendimento della cava o il tasso di rendimento espresso dal mercato». Ma, domandiamo, con questo sistema quanto introiterebbe il Comune? «Probabilmente - risponde il professionista - dai 18 ai venti milioni di gettito. Non ci sarebbe bisogno né di pese né di controlli, ma solo di una revisione dei canoni, diciamo ogni 10 anni». Che il settore marmo vada in crisi o meno, o che il Comune abbia bisogno di maggiori introiti, diventa ininfluente sulla "ricetta-Andreani" che sarebbe super partes. Ma proprio per questo, chiediamo, a chi gioverebbe? Non certo alle imprese che sarebbero costrette per 10 anni a pagare lo stesso canone anche in periodi di vacche magre, e neppure all'ente locale che non potrebbe aumentare le tariffe per impinguare il bilancio. «E' per questo che il criterio è giusto, così giusto che lo temono entrambe le parti». Che infatti, preferiscono confidare nella trattativa ballerina su tariffe e fasce di cave.
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