«Ero solo e disperato, sono entrato nel tunnel»
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Il pm Federico Manotti Deposizione choc davanti al gup dello studente finito in manette
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CARRARA. «Mi sono sentito solo e disperato. Per questo ho cominciato a drogarmi e poi a spacciare. Perchè non avevo i soldi per procurarmi la roba». Una confessione choc. Sono queste le parole che lo studente sorpreso a spacciare nel cortile di scuola, il 18enne assistito dall'avvocato Angelo Tubolino, ha pronunciato davanti al giudice (il gup Giuseppe Laghezza) durante l'interrogatorio di garanzia che si è svolto ieri mattina a Massa. Quella di questo ragazzo, dal volto da bambino arrivato in tribunale vestito di nero, scortato da due agenti e con le manette ai polsi, è una storia dolorosa. Che parte da lontano, da quando era ancora poco più di un adolescente. Alle spalle una separazione difficile dei genitori, complicata dal fatto che il padre lavora all'estero. I problemi per il giovane sorgono quasi subito. La madre qualche anno fa, quando lui non ha ancora compiuto 16 anni, lo denuncia al Tribunale dei minori per spaccio. E subito dopo presenta l'istanza di revoca dell'affidamento. Sceglie, cioè di non occuparsi più di lui. Il ragazzino si ritrova così a casa dei nonni. E qui sprofonda nel tunnel della disperazione. E della droga. «Gli assistenti sociali che lo hanno visitato anche in passato - afferma l'avvocato Tubolino - lo hanno considerato un ragazzo solo, buono e desideroso d'affetto». E davanti al giudice quetso ragazzo appena maggiorenne ha confessato tutto. Ha dichiarato di aver passato un bruttissimo periodo e di aver cercato conforto nella droga. Il resto, lo spaccio per procurarsi i soldi, è venuto di conseguenza. Una confessione amara, a cui ha assitito, ma solo fuori dalla porta chiusa dell'aula delle udienze preliminari, il padre del ragazzo. La madre non è venuta. Il giovane ha parlato davanti al gup Giuseppe Laghezza e al pm Federico Manotti. Per il momento l'avvocato Tubolino non ha presentato alcuna istanza. Quindi, al termine dell'interrogatorio di garanzia (il suo è stato il primo della mattinata) è tornato in carcere. Davanti agli occhi pieni di disperazione del suo papà. Accanto a questa un'altra storia di disperazione. Quella della madre dell'altro giovane, di 22anni, indagato per spaccio. La sua mamma è stata fra le prime ad arrivare. Reduce, come lei stessa ha raccontato da una notte insonne. Ha atteso per ore, fra caffè e sigarette, tutto per sentirsi dire un «Ciao mà» dal figlio, prima di entrare nell'aula delle udienze preliminari. E, anche in quel momento, la raccomandazione al figlio sono quelle di ogni mamma: «Tirati su i pantaloni, così ti si vedono le mutande». A.V.
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