Italia
Appaltopoli, una scarcerazione
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In alto lavvocato Adriano Martini, difensore del dirigente Riccardi liberato dal tribunale del riesame; a sinistra il pm Rossella Soffio Il riesame rimette in libertà il dirigente Riccardi
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MASSA. Il riesame di Genova ha rimesso in libertà Antonio Riccardi, dirigente dell'ufficio del ministero delle Infrastrutture - ufficio opere marittime e Toscana Costiera arrestato a inizio luglio nell'ambito dell'appaltopoli che ha fatto scattare le manette ai polsi di nomi eccellenti come quello del direttore del carcere di Massa Salvatore Iodice. Per il collegio Riccardi, 55 anni, originario di Potenza ma residente a Massa, gli indizi ci sono ma mancano le prove per tenere in cella il dirigente difeso dall'avvocato Adriano Martini. Il suo legale invece è riuscito a dimostrare che il funzionario aveva solo la funzione di mettere il visto alle gare d'appalto contestate dalla procura ma che non poteva sapere se queste erano effettivamente truccate o meno. Per questo quindi ogni misura cautelare è superflua. Il riesame di Genova invece l'altro giorno aveva respinto la richiesta di libertà di altri tre arrestati, che per questo restano dietro le sbarre. Si tratta del direttore Iodice, del contabile della casa circondariale Salvatore Cantone e di Stefano Tendola, geometra del Provveditorato alle opere pubbliche della Toscana-Opere marittime. Ha concesso l'obbligo della firma, invece, a Massimo Antonelli, titolare dell'impresa Arte Giardini. La sentenza del riesame era stata paricolarmente dura nei confronti di Iodice. Ecco le parole dei giudici: «Ha dato prova di una spiccatissima propensione a delinquere e di avere particolare difficoltà a percepire il disvalore sociale e penale delle proprie azioni». E per avvalorare questa tesi il collegio riporta quanto dichiarato da Morgana Martelli, che nell'interrogatorio reso al pm il 22 luglio aveva dichiarato: «Iodice considerava il carcere come casa sua». Il pubblico ministero Rossella Soffio intanto continua la sua indagine. Ieri pomeriggio si è recata nel carcere di Pisa per interrogare uno dei tanti imprenditori finiti in manette nell'operazione Do ut des. L'inchiesta è uscita dai confini regionali ed è approdata anche in Emilia Romagna ma per ora su questo filone c'è riserbo.
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