Il Tirreno

Gaia ai privati, Marchi lascia l'Ato

Claudio Figaia
La sede di Gaia Spa a Lucca e il consigliere dimissionario Pier Paolo Marchi
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La sede di Gaia Spa a Lucca e il consigliere dimissionario Pier Paolo Marchi

«Troppi debiti, inevitabile l'apertura ai grandi gruppi, ma io non ci sto»

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 MASSA. Mentre i consigli comunali approvano mozioni in difesa dell'acqua "come bene intangibile" e "risorsa che deve restare pubblica", i sindaci degli stessi Comuni marciano spediti verso la privatizzazione della gestione degli acquedotti locali. Un paradosso.  Sì, ormai è deciso, inevitabile: Gaia Spa, l'unica società interamente pubblica in Toscana per la gestione delle risorse idriche, apre al privato. E non perchè lo stabilisce la legge Ronchi (che prevede il decadimento delle società pubbliche entro il 2011, e tuttavia ne consente il proseguimento entro determinati limiti). Ma perchè solo i soldi dei partner privati - si pensa a giganti come Hera, Lyonnaise des Eaux - possono salvare il carrozzone Gaia dal tracollo finanziario.  Pier Paolo Marchi, però, a questo non ci sta e rimette nelle mani del sindaco Roberto Pucci l'incarico di componente del Consiglio di amministrazione dell'Ato delle acque, l'organismo che dovrebbe programmare i servizi idrici del territorio apuano, versiliese e della Lucchesia.  «Mi dimetto dall'Ato per dare uno scossone alla politica locale», dice Marchi (che è anche consigliere comunale e coordinatore di Rifondazione.  Marchi traccia poi con lucidità un quadro drammatico di Gaia. Di una società pubblica riuscita in soli tre anni, dalla nascita nel 2005 al 2008, a totalizzare un'esposizione verso le banche attorno ai 100 milioni di euro; incapace di fare fronte ai suoi impegni - tanto per dirne una, il Comune di Massa paga per conto di Gaia rate di mutui per investimenti per circa 7,5 milioni di euro -; e perciò costretta a chiedere aiuto ai privati.  «I mali di Gaia - spiega - sono già all'origine: il capitale versato nel 2005 dai soci (i Comuni dell'Ato) era di 2 milioni. Cifra irrisoria per una società che deve affrontare un piani di investimenti da 2-300 milioni».  Non è solo questo: «Al momento di trasferire a Gaia i rami d'azienda delle municipalizzate che gestivano i servizi idrici, i sindaci hanno caricato queste aziende di personale probabilmente eccedente. Nel 2007 furono assunti 60-70 impiegati in area Ato...». E poi le consulenze, i costi esorbitanti del Cda: errori della politica di cui, probabilmente, nessuno pagherà il conto.  Accanto a questo, le «storture» di una legge che impone di fare pagare in tariffa non solo i costi della risorsa acqua, ma anche quelli degli investimenti per ammodernare acquedotti, fognature, depuratori. «Con l'effetto aggiuntivo - sottolinea Marchi - che gli utenti virtuosi, quelli che risparmiamo acqua, pagano quanto chi la spreca».  Gli aumenti di capitale (oggi salito a 15 milioni) successivamente varati dai Comuni-azionisti e il risanamento avviato dal nuovo management non sono stati sufficienti. E ora Gaia deve arrivare a 50 milioni di capitale, limite minimo imposto dagli istituti di credito per accedere ai prestiti strutturati necessari per gli investimenti.  Impensabile che i Comuni riescano ad arrivare a una cifra simile (si tratterebbe di trovare almeno 35 milioni). Allora, ecco l'inevitabile apertura ai privati. Che, prevede la legge Ronchi, saliranno fino al 48% delle quote azionarie e avranno la gestione esecutiva della società. E soprattutto - questo rende appetibile ai grandi gruppi un'azienda pur in difficoltà come Gaia -, avranno garantito una remunerazione del 7% del capitale investito. Come? Attraverso le tariffe pagate dai cittadini, è ovvio. «No, non vedo alternative a questo processo, che porterà ad aumenti tariffari e tagli al personale. Ma io a questo non voglio partecipare», dice Marchi.

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