Il Tirreno

MASSA

Yacht di lusso invendutirefitting troppo costoso e la nautica apuana soffre

Claudio Figaia
La messa in acqua di uno yacht al porto di Marina di Carrara
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La messa in acqua di uno yacht al porto di Marina di Carrara

Attraversi la zona industriale e, fra canneti e capannoni, scorgi prue e flying bridge di superbarche. Dovrebbero essere in mare, ormeggiate davanti a qualche caletta da sogno, invece sono lì: una specie di deposito di invenduti che segnala come la crisi sta investendo anche la nautica di lusso

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MASSA. Attraversi la zona industriale e, fra canneti e capannoni, scorgi prue e flying bridge di superbarche. Dovrebbero essere in mare, ormeggiate davanti a qualche caletta da sogno, invece sono lì: una specie di deposito di invenduti che segnala come la crisi sta investendo anche la nautica di lusso.

Un anno da dimenticare, dicono concordi operatori del settore e osservatori: l'industria delle barche da diporto è in sofferenza e i contraccolpi si sentono anche nel comparto apuano, fino a ieri cresciuto a ritmi impetuosi.

E così, anche nei cantieri della zona industriale massese, si sono verificati casi di acquirenti che hanno cancellato gli ordinativi già firmati con i costruttori. Hanno cioè rinunciato a "farsi la barca" già in costruzione. Preferendo lasciare ai cantieri penali e caparre da decine - se non centinaia - di migliaia di euro. Con la consueguenza che i cantieri hanno fermato i lavori di allestimento.

Dino Sodini, presidente della Cna provinciale, è preoccupato, ma non pessimista. «La crisi non è finita. Quei segnali di ripresa che analisti e media vedono nell'economia, noi non li vediamo. È però vero che il settore della nautica subisce in misura leggermente attenuata gli effetti della recessione globale. Nella zona che va dalla Spezia a Grosseto è concentrato un buon pezzo dell'elite della cantieristica da diporto mondiale; qui si fa una produzione d'eccellenza e ci sono aziende solide, marchi riconosciuti a livello internazionale che nessuna concorrenza dei paesi dell'Est è in grado di contrastare. Per questo credo che la nautica sarà tra i primi settori a ripartire».

Intanto, però, armatori e costruttori se ne stanno in rade protette, in attesa che il vento cambi. La conseguenza è che a pagare di più non sono i cantieri grandi firme. Bensì i "terzisti": le piccole, a volte piccolissime, imprese artigiane a cui vengono affidate parti di allestimento degli yacht: impianti elettrici, rivestimenti in legno, arredi, accessori, elettronica di bordo e via dicendo. I cantieri, hanno riserve per aspettare la ripresa e nel frattempo riducono gli appalti esterni per risparmiare. E i lavoratori dell'indotto restano a casa.

Non solo. In tempi di crisi succede che anche gli armatori più ricchi rinuncino a cambiare yacht. O se lo fanno, puntano sull'usato. Mercato ricco, quello del refitting, ossia della revisione e manutenzione "straordinaria" delle imbarcazioni. Il rifacimento di uno yacht può costare anche 300mila euro ed è un lavoro spesso in buona parte affidato proporio ai terzisti. Il problema è che qui da noi il refitting è ostacolato dalla mancanza di uno sbocco a mare per i cantieri. «La mancanza di un travel-lift al porto di Marina - stima Sodini - ha fatto perdere al comparto qualcosa come 5 milioni. I cantieri locali rifiutano il refitting perchè troppo oneroso. Qui mettere a secco una barca, portarla ai cantieri e riportarla in mare può costare 50mila euro e più. In altre zone sono operazioni senza costi aggiuntivi. Un problema anche questo».

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