Inchiesta sui Discepoli dell'Annunciazione, don Lucio: «No a giudizi affrettati e a processi sommari»
Il parroco di San Caprasio, ad Aulla, scrive una lettera aperta sulla delicata inchiesta che ha coinvolto i Discepoli dell’Annunciazione
Aulla. Il parroco di San Caprasio don Lucio Filippi, con una lettera aperta su Vita Apuana - il notiziario della Diocesi di Massa, Carrara e Pontremoli - interviene sulla delicata vicenda giudiziaria che ha coinvolto - a oggi - dodici tra sacerdoti e religiosi dell'ex comunità “Discepoli dell’Annunciazione“, con l’accusa di violenza sessuale di gruppo. L’associazione, si ricorda, ha più sedi (la principale è a Prato) ed una di queste si trova ad Aulla, nella chiesa del Groppino.
[[atex:gelocal:il-tirreno:massa:1.38481123:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.38481123:1652778594/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Il principale accusato è don Giglio Gilioli, prete veronese di 73 anni, fondatore della comunità religiosa; dopo un colloquio con lo stesso don Giglio e gli altri membri della comunità del Groppino - ad oggi composta da tre sacerdoti compreso don Giglio e due “fratelli”, ovvero religiosi consacrati con i voti ma non sacerdoti - e dopo essersi consultato con il Vescovo Giovanni Santucci e con i suoi collaboratori, don Lucio Filippi ha scritto una lettera a tutti i parrocchiani ella quale invita sostanzialmente a non trarre conclusioni affrettate sull’inchiesta.
«La lettera deve essere intesa firmata anche dal mio ex viceparroco don Tommaso Forni - spiega al telefono don Lucio - che domenica 16 febbraio ha sostituito don Stefano Lagomarsini, passato al Mirteto a Massa, nelle parrocchie della valle del Taverone». «Nei giorni scorsi - scrive don Lucio - gli organi di stampa hanno dato notizia di una terribile vicenda giudiziaria che ha coinvolto direttamente la comunità religiosa dei “Discepoli dell'Annunciazione“ che risiede al Groppino. I membri di questa comunità sono impegnati ormai da diversi mesi nella pastorale del nostro territorio, sia collaborando nelle parrocchie sia con progetti portati avanti da loro stessi. Numerosi incontri, sia a livello vicariale che diocesano - spesso anche alla presenza del vescovo - si sono tenuti nella sede del Groppino. Abbiamo pregato con loro e vissuto momenti di convivialità fraterna. Tutto questo è stato fatto in un'ottica di disponibilità e di collaborazione, senza mai dare a nessuno di noi nemmeno lontanamente l'idea che qualcosa potesse esserci di distorto, torbido, ingannevole, secondo le accuse adesso loro rivolte». «Rigore morale».
«All'epoca dei fatti loro contestati - si aggiunge - la comunità guidata da padre Giglio era molto numerosa mentre ora si ritrova ridotta ad un piccolo numero di persone: tre sacerdoti e due fratelli. Sintomo questo che, a mio parere e secondo quanto riferitomi, può essere manifestazione della volontà di non perseguire successi numerici ma di mantenere un rigore morale all’interno del gruppo. Sinceramente, non ho motivi né elementi concreti per dubitare della buona fede di questa ricostruzione offertami dal loro superiore», questo il passaggio in cui don Lucio riferisce di aver parlato con don Giglio e gli altri religiosi presenti nella comunità. «Inoltre - prosegue - dopo essermi informato sui fatti contestati, ritengo che ci siano alcuni elementi assolutamente non chiari e discordanti nella vicenda in questione. Lungi da me voler dare una lettura di quanto stia accadendo a livello giudiziario ma, come sacerdote e come parroco, ho il dovere di richiamare l'attenzione sul rischio di giudizi temerari che potrebbero sorgere in merito a quanto loro contestato. La Chiesa ha manifestato chiaramente e con coerenza la volontà di collaborare appieno con l'autorità giudiziaria e di questo non possiamo che essere lieti e grati. Ma, appunto, sarà l'autorità giudiziaria a procedere con le indagini e a definire i contorni di questa terribile vicenda: noi, come Popolo santo di Dio, come cristiani dobbiamo astenerci da processi sommari e sentenze preordinate finalizzate a distruggere la vita e la reputazione di persone che, fino a prova contraria, potrebbero essere estranee e innocenti. Anzi, che potrebbero aver agito proprio per contrastare i fenomeni drammatici per i quali ora sono sottoposte ad indagini. In sostanza, come cristiani siamo chiamati anzitutto a pregare per loro: colpevoli o innocenti la nostra preghiera non dovrebbe mai mancare. Come Gesù accoglieva i peccatori, anche noi, pur vigilanti, siamo chiamati ad accogliere ogni nostro fratello, confidando che “non vi è nulla di segreto che non debba essere messo in luce”». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
