Il Tirreno

AL GARIBALDI DI CARRARA

Applausi alla prima del film denuncia in cui si vedono anche le nostre cave

Applausi alla prima del film denuncia in cui si vedono anche le nostre cave

Buona affluenza di pubblico, assente alla serata l’imprenditore Franco Barattini intervistato dagli autori

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CARRARA. Sala quasi piena al “Garibaldi” per la prima carrarese del duro film di denuncia che inserisce l’impatto ambientale della lavorazione delle cave tra i più grandi disastri planetari provocati dall’azione distruttiva dell’uomo. “Antropocene - L’epoca umana”, documentario a tema ecologico realizzato dai registi Jennifer Baichwall e Nicholas de Pencier insieme al fotografo Edward Burtynsky, è stato accolto con applausi scroscianti dal folto pubblico del cinema comunale gestito da Silvano Andreini. Nel film, girato in ben 20 Paesi, 43 luoghi diversi e 6 continenti, si vedono foreste che bruciano, oceani ridotti a discariche, grandi pareti di cemento che coprono il 60% della costa cinese, la spietata caccia a specie animali ormai quasi estinte, miniere di potassio negli Urali russi, stagni di evaporazione del litio nel deserto cileno di Atacama ed anche le nostre cave, sconvolte dall’escavazione.

La pellicola, infatti, inizia a Nairobi, in Kenya, mostrando la grande raccolta di zanne d’avorio dopo la caccia agli elefanti africani e, una volta filmata la citta-fabbrica di Norilsk, in Siberia settentrionale, la più inquinata della Russia, si sposta a Carrara, dedicando diversi minuti alla nostra città, la quale, insieme a Venezia, che sprofonda nel mare, è l’unica località italiana ad apparire nel film. «Ogni anno estraiamo dalla terra dai 60 ai 100 miliardi di tonnellate di materiali -racconta fuori campo la voce narrante di Alba Rohrwacher- spostando una quantità di sedimenti superiore a tutti i fiumi del pianeta sommati insieme». Le nostre montagne compaiono dopo 12 minuti dall’inizio del film, quando appare una didascalia con scritto “Carrara, Italia”. Assistiamo così ad una normale giornata di lavoro in cava, caratterizzata dalla lotta titanica che l’uomo, con l’aiuto della tecnologia, conduce quotidianamente contro la natura.

La macchina da presa, prima attraverso un dolly verso l’alto e poi con un lungo e suggestivo carrello all’indietro, riprende il dorso di una montagna, che, sconvolta dall’escavazione, sembra ormai un’opera d’arte cubista. Vediamo poi all’opera un escavatore, che con il suo braccio meccanico cerca di sollevare un enorme blocco di marmo strappato dal cuore di una cava. La materia sembra volersi difendere e resiste, costringendo la gru a sollevarsi da terra. La colonna sonora nel frattempo, con un brano di musica lirica, esalta l’epicità di questa lotta. Alla fine, però, è la macchina ad avere la meglio. L’azione si sposta poi in un laboratorio artistico della nostra città, riprendendo alcuni artigiani mentre scolpiscono copie del David ed altre statue in marmo.

Nel film appare anche l’imprenditore carrarese Franco Barattini, titolare delle Cave Michelangelo, che racconta: “Quando ero ragazzo si lavorava a mano, ci volevano 15 giorni per ottenere un taglio. Oggi ne basta uno solo. Prima era l’uomo che lavorava, non gli escavatori”. Barattini traccia anche un breve excursus storico. “La lavorazione delle cave -ricorda- iniziò con i romani. Quando vi arrivò Michelangelo, esistevano già. Qualcuno avrebbe voluto spingerlo a recarsi a Pietrasanta, per fargli utilizzare il marmo estratto dal monte Altissimo, ma egli si rifiutò e mandò tutti affan..., perché aveva capito che la materia ideale con cui realizzare i suoi capolavori era presente solo qui da noi. Il marmo di Carrara, infatti, è unico al mondo”. Barattini, grande assente giovedì sera al “Garibaldi", ha però precisato di non condividere assolutamente le tesi dei registi sulle cave. —
David Chiappuella

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