Astor Lucca, la generazione di fenomeni nel libro che rievoca l’amicizia e i trionfi
SPORT E STORIA
LUCA TRONCHETTI
La squadra dei cattolici che dominava il panorama giovanile negli anni Sessanta non ha perduto lo smalto dei tempi andati. Certo, sui capelli – quando ci sono – è caduta un bel po’ di neve e pronunciate pancette hanno preso il posto di fisici asciutti e muscolosi. Ma quella generazione di fenomeni non si è persa di vista. E quei ragazzi dell’Astor Lucca che dal 1949, inizialmente come formazione militante in Seconda categoria per poi nel 1956 diventare fucina di talenti del calcio giovanile lucchese, al 1968 dominarono nei campionati toscani Allievi o Juniores sono rimasti in contatto. Alcuni sono diventati calciatori come Renato Roffi, difensore, dieci anni tra A e B con la maglia del Cagliari, Gianfranco Clerici, Pierluigi Ribechini, Zizi Giovannetti, Martino Michelini, Adelindo Moriconi, Nevio Vinciarelli, Luigi Martini che diventerà campione d’Italia nel 1974con la Lazio di Maestrelli e Chinaglia, Mario Bergamaschi, il pediatra Oreste Talini, Antonio De Luca, Mauro Colombini, Alessandro Sartini, Simone Biagini, Sauro Brondi. Gli altri invece sono stati imprenditori, professionisti, commercianti, medici, infermieri, insegnanti, artigiani. Oggi sono tutti in pensione e molti di loro si sono ritrovati in quello storico punto di ristoro – il ristorante Il Guercio a Monsagrati – e dopo aver amabilmente banchettato ricordando i tempi andati hanno deciso di rievocare la vita del club in un volume di 140 pagine dal titolo «Us Astor, una società di calcio, una storia, una leggenda». Copertina dell’artista-calciatore Adelindo Moriconi, testi di Luigi Petri e Marileno Dianda che hanno raccolto centinaia di foto d’epoca, documenti e giornali di quegli anni e ispirazione di Giancarlo Barberini, che da decenni vive e lavora a Milano, e che da ragazzo dell’Astor ebbe la possibilità di finire nel vivaio dell’Atalanta e non salì su quel treno che lo avrebbe portato a Bergamo per ragioni di cuore. E non sapremo mai se il calcio italiano ha perduto un centrocampista dal piede raffinato. «Il libro – raccontano Petri e Barberini – sarà pronto entro fine mese e poi lo daremo alle stampe. Contiamo di farlo uscire ad inizio 2022. Ci abbiamo tutta la passione e l’amore per quella maglia e quel periodo storico probabilmente irripetibile. Nel ricordo anche di quei dirigenti e quei compagni che non ci sono più». Perché la storia dell’Astor è dedicata anche Giorgio Mitchell, Paolo Maccarati, Alino Gambineri, Enrico Mecchi, Luigi Bonino, il portiere Cantieri, Mario Fetti e altri interpreti di quelle stagioni scomparsi , ma ancora vivi nel ricordo di chi li ha conosciuti e apprezzati.
LA SQUADRA DEI PRETI
A Lucca l’Astor era conosciuta come la squadra dei preti o dei cattolici. Il motivo? Il fondatore di quel vivaio era un sacerdote appassionato e sensibile: don Sirio Valoriani. La sede del club venne ricavata in piazza del Suffragio nella stanzetta adibita a canonica da don Sirio, il parroco di San Paolino. Don Valoriani come novello Don Bosco con l’oratorio che forgiava alla vita centinaia di ragazzini insegnando le regole del gruppo attraverso il football. Era don Sirio Valeriani a comprare le prime mute e a farle lavare due volte alla settimana. Soldi pochi, passione infinita. Le spese erano ridotte al minimo. I genitori accompagnavano i figli in auto e gli allenatori – tra cui gli ex rossoneri Walter Fistersmayer, Silvano Carassiti, Mino Mini, Gianni Simonetti ed Emo Roffi – non prendevano una lira. Il primo presidente? Un docente universitario: Piergiorgio Camaiani. A cui seguirono personaggi illustri di quel periodo: Luciano Fava, Piero Madrigali, l’ingegner Giorgio Fossati, il dottor Manlio Fulvio e Lombardi. E nel direttivo figuravano anche Mirio Mei, l’avvocato Franco Ravenni, Giacomo Bergamaschi e lo storico accompagnatore Umberto Rocchi.
LA MISTERIOSA CONTESSA
Ma la spese da sostenere erano comunque tante. Il sostegno economico arrivò da una misteriosa contessa della Lucchesia che non volle mai usufruire, in termini di ritorno d’immagine, del suo nobile gesto. Nessuno, se non i più stretti collaboratori di don Sirio Valeriani, seppe mai il suo nome. «Soldi non ne giravano all’epoca – raccontano alcuni ex giocatori – e per il passaggio dei calciatori a club professionistici l’Astor Lucca non prese mai un centesimo. In cambio la società riceveva mute, scarpe, borse e palloni». Un aneddoto? «Quando nel 1960 battendo tutte le più accreditate rivali (dalla Nova Juventus al Caf, dal San Concordio alla Lucchese) l’Astor si aggiudicò il campionato Juniores il Bologna prese due ragazzini di 17 anni (Sartini detto «Coccino» che poi giocò anche in C e Del Frate) e regalò al società una muta rossoblù. Ebbene con quelle casacche la formazione Allievi si presentò l’anno successivo ai nastri di partenza del campionato».
IL CASO BORSELLI
Solo un paio di volte, a fine anni Sessanta quando l’epopea dell’Astor Lucca volgeva al termine, la società accettò del denaro. «Soprattutto per Lucio Borselli, classe 1952, attaccante di grande potenzialità. Ci fu un’asta tra la Fiorentina, che offrì un milione più la garanzia di far studiare il ragazzo al collegio degli Scolopi a Firenze, e il Milan con il segretario Passalacqua che rimase talmente colpito da offrire 5 milioni di lire. Morale? Borselli con Baccili e Menchini passò in rossonero e poi venne parcheggiato al Peretola senza riuscire a giocare in A. I soldi? Don Sirio li diede alle missioni e ai parrocchiani bisognosi». Altri uomini, altro calcio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
