Italia
Galli, l’esteta di un calcio che non c’è più «Hanno ingabbiato l’estro e la fantasia»
Inizi con il Pontedera, chiusura con la Lucchese, l’ex esterno d’attacco oggi gestisce la storica camiceria a Peccioli
Luca Tronchetti
LUCCA. L’inizio e la fine. Ventisette presenze e tre reti per il Pontedera, novanta partite e diciannove gol nella Lucchese. Alessandro Galli, 48 anni, seconda punta, ala, fantasista, giocatore dai piedi fatati, dal 2013 ha attaccato gli scarpini al chiodo. E dalle maglie di calcio e passato alle camicie. Da otto anni gestisce e ne è diventato il titolare la storica camiceria “Poggianti 1958” a Peccioli. Uno dei pochi made in Italy rimasti con confezioni fatte a mano ed esportate in mezza Europa e soprattutto negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone: «Nel paese del Sol Levante abbiamo raggiunto il picco di vendite – racconta Galli – e ne andiamo orgogliosi. Io mi occupo dei mercati e sono anche in negozio per dare una mano. Il lavoro mi riempie le giornate e sono molto soddisfatto. Certo è che il calcio, che è stata la mia vita, mi manca e anche tanto. Offerte ne avevo avute anche per allenare nei settori giovanili. Ma mi manca il tempo. Non mi va di prendere impegni se non posso poi rispettarli. Certo è che mi piange il cuore vedere i bambini nei settori giovanili che non si divertono. Mi fa male vedere certi istruttori e certe società che pensano solo al risultato e i genitori che credono di avere in casa il campione che ti risolve l’esistenza. Il calcio sino a 13-14 anni dev’essere gioia, divertimento, allegria. E soprattutto palestra di vita: educazione, rispetto, disciplina. Un ragazzo deve crescere e sapere stare in un gruppo. Quando sarà grande si ricorderà del tecnico che lo ha formato o dei compagni con cui ha condiviso momenti belli e momenti difficili. Non si ricorderà sicuramente che ha vinto con una squadra o pareggiato con un’altra. Scuoto la testa quando vedo bimbi di 10 anni svolgere la preparazione e imparare gli schemi».
Pontedera e Lucchese, due squadre che le sono rimaste nel cuore.
«Dopo il settore giovanile con il Forcoli sono andato nel vivaio granata nella categoria Allievi e qualche anno dopo Fabrizio Tazzioli mi ha portato in prima squadra e mi ha fatto debuttare in C2. Grazie a lui sono diventato professionista. Ma sono ancora legato ad allenatori come Sannino, Favarin e Sarri con cui ho vinto uno dei miei sei campionati ai tempi della Sangiovannese. Si vedeva lontano un miglio che sarebbe finito ad allenare grandi squadre. A Lucca invece sono arrivato dopo una telefonata del dg Paolo Giovannini. Volevo avvicinarmi a casa ed è stata la scelta più bella che potessi fare. Una piazza straordinaria con tifosi competenti, caldi ed esigenti e uno stadio che ti fa battere il cuore quando entri in campo. A Lucca sono stato da Dio: ho vinto due campionati, ho indossato la fascia di capitano ed è nato mio figlio Gregorio. Il calcio non lo seguo molto, ma la prima cosa che faccio è vedere il risultato della Lucchese».
Chi vince il derby?
«Conosco bene i due allenatori e credo che Pagliuca sia un ottimo allenatore e che i rossoneri possano risalire la china. Non amo fare pronostici, ma mi auguro che sia una bella partita in grado di riconciliare con un calcio che non riesce a dare più le emozioni di un tempo».
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