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Mister Salar a torso nudo uscì in testa ai suoi giocatori per fronteggiare i tifosi locali
Quella fu l’unica partita che vide i rossoneri vincere in Maremma Il tecnico era un omone friulano con un’incipiente calvizie che aveva giocato in serie A
LUCCA. Un allenatore d’altri tempi Ruggero Salar nato a Crauglio (Udine) nel 1918 e morto in Veneto nel 1996. Un omone grande e grosso con un’incipiente calvizie che l’aveva accompagnato nella sua lunga carriera. Prima calciatore in serie A – anche nella Lucchese del Dopoguerra oltre che a Trieste, Roma e Venezia – e poi allenatore giramondo con tappe importanti a Lucca, Treviso, Viareggio e Matera.
E proprio in una delle sue avventure con la Lucchese (stagione 1966-67) in serie D i rossoneri espugnarono per la prima e unica volta nella storia il terreno di gioco dell’Olimpico, la tana dei torelli maremmani. A sancire quella vittoria fu una sfortunata autorete di Bonari, difensore dei grifoni. E su quel gol la formazione di Salar costruì una vittoria che, a distanza di 55 anni, resta scolpita nell’album dei ricordi. Unico episodio in oltre 90 anni di storia tra i due club.
Ma al di là dello storico successo è quanto avvenne al triplice fischio che fa di Salar un personaggio leggendario. Ad aiutare il tecnico friulano fu il suo aspetto decisamente burbero che faceva da contraltare ad un’imbarazzante balbuzie che strappava nascosti “risolini” ai suoi calciatori.
Al triplice fischio di quella sfida del 30 ottobre 1966 i rossoneri si rifugiarono nello spogliatoio. Il pubblico di casa infatti non la prese tanto bene.
Contestavano l’arbitraggio e l’atteggiamento dei rossoneri in campo. Fuori dal rettangolo verde si radunò una piccola folla di tifosi che non aveva certo le migliori intenzioni nei confronti della squadra ospite. Ma non potevano immaginare che Ruggero Salar, per niente intimorito, mise in fila indiana i suoi ragazzi e uscì per primo dallo stanzone. A torso nudo. Con quel fisico da corazziere – in gioventù era stato pure un decatleta – il petto villoso e le doppie sopracciglia sembrava un orso.
«Incuteva davvero paura - racconta Umberto Campioli, che di quella squadra era l’elemento più rappresentativo - e nessuno di quei tifosi nel vederlo osò torcerci un capello. Uscimmo dallo stadio senza un livido e senza che ci scortasse la polizia». —
Luca Tronchetti
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