Meteo
Dal grande Vicenza alla panchina: tra Lopez e Dal Canto 25 anni di amicizia
I due tecnici sono stati compagni di squadra con mister Guidolin nel 1994-95: da allora non si sono mai persi di vista
la storia
Luca Tronchetti
Un’amicizia nata 26 anni in una stagione irripetibile per entrambi non tanto e non solo per la vittoria maturata a fine stagione, ma perché quel trionfo rappresentò per entrambi l'approdo in serie A. Il coronamento di tanti sacrifici fatti in età adolescenziale lasciando famiglia e affetto per inseguire un sogno cullato da bambini.
Giovanni Lopez e Alessandro Dal Canto - oggi si ritroveranno di fronte per il derby toscano più atteso della stagione - in realtà non si sono mai persi di vista.
Il “Capitano” e il “Riflessivo” furono protagonisti di quel Vicenza guidato dal maestro Francesco Guidolin che nella stagione 1994-95 volò in serie A e due stagioni dopo mise in bacheca, prima e unica volta nella storia del club, la prestigiosa Coppa Italia.
È passato più di un quarto di secolo, ma quei ragazzi oggi diventati uomini e a loro volta in grado di prendere per mano educandoli al gioco e all'agonismo tanti giovani calciatori, si rivedono in occasione delle rimpatriate nella città veneta idolatrati dai tifosi biancorossi che ancora ricordano le loro imprese.
Lopez, che era il centrale difensivo e con Di Carlo il leader indiscusso di quel Vicenza, ricorda bene quell'annata e l'affetto che lo lega a Dal Canto.
«Ci dividono otto anni di età (Lopez è nato nel 1967, Dal Canto del 1975, ndr). Io ero il Capitano di quella squadra, lui aveva 20 anni ed era arrivato in estate dalla Primavera della Juventus. Era un centrale difensivo come me. Non avrebbe giocato mai perché io stavo bene ed ero al top della carriera e lui ebbe l'umiltà e l'intelligenza di adattarsi a fare il terzino sinistro».
E alla fine gli andò benone. Lopez chiuse la stagione con 37 presenze e un gol, Dal Canto 35 presenze e un gol. Niente male per un debuttante.
«Si ritagliò uno spazio importante entrando in uno spogliatoio collaudato in punta di piedi e con grande umiltà. Aveva voglia di imparare e si faceva voler bene per la sua educazione e per il rispetto nei confronti di chi era lì molto prima di lui. Oltretutto aveva ottime qualità tecniche. Forte di testa, bravo nell'anticipo e in grado di spingere a sufficienza. Un buon mancino capace di interpretare sia il ruolo di centrale che quello di laterale. In campo era sempre attento e concentrato e durante gli allenamenti non perdeva una parola del mister e dei compagni più esperti. Già allora studiava da tecnico e non mi stupisce che abbia intrapreso la carriera in panchina».
Tanti gli aneddoti condivisi di queli anni magici, uno il ricordo ancora vivo. «4 dicembre 1994, giochiamo al Menti contro il Cosenza. Eravamo reduci da due partite senza gol, due pari a reti bianche. Pronti via e l'arbitro concede un penalty. Vado sul dischetto (Lopez calciava pure i rigori, ndr), ma Zunico respinge. Una delusione cocente. Dal Canto, che con Sartor era il più giovane della squadra, mi si avvicina e mi fa: “Capitano, tranquillo che ci rifacciamo subito”».
Detto, fatto: «Scocca il 18’ e proprio il riflessivo Alessandro in una proiezione offensiva segna l'unico gol stagionale e ci porta in vantaggio».
Quell'esperienza durò una stagione. Lopez restò e fece la storia del Vicenza, Dal Canto tornò a Torino sponda granata.
Oggi si ritrovano di fronte in panchina: «Non è la prima volta - chiude il tecnico rossonero - già nella stagione 2013-14, nella prima esperienza di capo allenatore ci trovammo di fronte io al Vicenza e lui al Venezia nel girone A della C1. Al Menti vincemmo noi 2-1 e con lo stesso risultato s'imposero loro al Penzo. Chi vince oggi? Con lui sarà dura: ha una buona squadra ed è riuscito a superare un momento disgraziato cementando il gruppo. Ma non ci sentiamo battuti e venderemo cara la pelle». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
