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Lucca

Dianda e il doppio autografo di Pablito «Mi tremavano le gambe dall’emozione»

Luca Tronchetti
Dianda e il doppio autografo di Pablito «Mi tremavano le gambe dall’emozione»

L’ex difensore: «A 12 anni vidi Rossi al Porta Elisa e dieci anni dopo me lo ritrovai di fronte all’Arena in un Pisa-Milan»

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/ LUCCA

Paolo Rossi era uno dei suoi miti da bambino. Lo aveva visto giocare in un’amichevole e a fine partita era corso in campo per farsi firmare l’autografo. Dieci anni dopo invece l’aveva incontrato di nuovo su un campo di calcio. Non più in veste di giovane supporter, ma in quella di calciatore avversario. L’ammirazione però era rimasta immutata e non gli certo mancato il coraggio di chiedere di nuovo la sua firma su un foglio bianco. Stefano Dianda, classe 1966, lucchese, ex difensore dell’Atletico Lucca e soprattutto del Pisa di Romeo Anconetani, da cacciatore di autografi conserva gelosamente quei fogli di carta con la dedica dei campioni che ha visto giocare o ha affrontato nel corso di una discreta carriera tra i professionisti. Di Pablito ne ha due: uno datato 1977 e l’altro 1986. «La prima volta al Porta Elisa si disputò un’amichevole tra il Vicenza e l’Hertha Berlino. Paolo Rossi era il capocannoniere del campionato. Per me un idolo assoluto. Volevo quell’autografo a tutti i costi e così a fine partita, mentre stava tornando negli spogliatoi in compagnia del centrocampista e nazionale tedesco Erich Beer, gli corsi dietro munito di foglio e penna d’ordinanza. Lui mi guardò, sorrise e con la biro scrisse di pugno Paolo Rossi. In quel momento toccai il cielo con un dito».

Gli anni passano e quel bimbetto allora tredicenne dall’Atletico Lucca passa al Pisa di Anconetani facendo tutta la trafila e arrivando a fare spola tra Primavera e prima squadra: «Avevamo vinto il campionato di B l’anno prima con mister Simoni, il miglior tecnico avuto, e in quella stagione con Guerini non giocai molto». Ma il 9 marzo all’Arena Garibaldi arrivava il Milan di Liedholm e Giussy Farina. E soprattutto in quella squadra c’era Pablito che aspirava a giocare il suo terzo mondiale quello in Messico. «Ecco ci tenevo molto a giocare quella gara e ad incontrare, stavolta non più come tifoso ma come giovane collega, quel campione che ci fece vincere il Mondiale del 1982» prosegue Dianda. Sapendo che non avrebbe affilato le armi con il suo idolo giovanile perché era destinato alla panchina, prima dell’inizio della sfida, il diciannovenne difensore nerazzurro entra in campo e si avvicina a Rossi che sta verificando il manto erboso. «A miei tempi ai giocatori più esperti si dava del lei. Così mi avvicinai timidamente e gli porsi foglio e penna. Lui mi guarda, sorride e io gli rammento di quella partita a Lucca e del vecchio autografo. Quell’amichevole la ricordava, ma non poteva certo rimembrare quella firma tra le decine e decine di quel giorno. Bene, da gran signore fu lui a ringraziarmi e salutandomi mi fece gli auguri per la partita. Lo ammirai dalla panchina (il Milan vinse 1-0): lo prese in marcatura Volpecina, un difensore veloce e tignoso che poi vinse lo scudetto con il Napoli di Maradona. Pablito non aveva più la rapidità dei giorni migliori, ma la classe era rimasta cristallina e se lo perdevi un istante eri finito. Alla notizia della sua prematura scomparsa mi è preso un nodo alla gola e non riuscivo neanche a parlare. I campioni dei miei tempi non se la tiravano. Avevano stile ed educazione. E io sono stato un privilegiato ad averli incontrati». —

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