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Il futuro della D è appeso alle disposizioni governative
I vertici di Lega Pro e Lnd non decideranno senza il beneplacito dell’esecutivo Il rischio sono i contenziosi infiniti da parte di società che si sentono penalizzate
Luca Tronchetti / LUCCA
Attendere le disposizioni governative, che vanno di pari passo con le direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ed evitare che a fine pandemia Leghe e Figc siano sommerse da ricorsi e contenziosi di carattere sportivo e di natura amministrativa da parte di società che si sentono penalizzate di fronte a decisioni prese dal governo del calcio che in qualche modo ledano i loro interessi. Perché, se così fosse, i reclami attraverso i vari gradi di giudizio causerebbero una paralisi che porterebbe a gravi ritardi ed enormi difficoltà nella stesura dei calendari e degli organici dei vari campionati. Ecco perché i presidente di Lega Pro, Francesco Ghirelli, e di serie D, Cosimo Sibilia, vanno con i piedi di piombo su una sospensione definitiva della stagione al di là della volontà delle società. Oltretutto la Fifa, la massima autorità calcistica internazionale, ha emanato una norma per cui i contratti dei calciatori si intendono estesi sino al termine della stagione agonistica. Ergo: se, a causa delle norme anti Covid, la stagione dovesse procrastinarsi a giugno, luglio o agosto, i calciatori sarebbero tenuti a proseguire con il club in cui sono tesserati attualmente sino alla chiusura dei campionati compresi playoff e playout.
L’INTERPRETAZIONE
Tutti i vertici del calcio, a partire dal presidente Figc, Gabriele Gravina, procedono a fari spenti consapevoli delle difficoltà che, anche in caso di ripresa, ci sarebbero soprattutto per i campionati minori. D’altronde non esiste nelle Noif una regola in caso di chiusura anticipata dai tornei e dipesa da eventi bellici, calamità naturali o pandemie. Contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti dove, per esempio, nel basket Nba i contratti dei giocatori prevedono anche, in percentuale, il quantum dovranno percepire i tesserati di un club nelle situazioni di emergenza nazionale. In Italia, per quanto riguarda i rapporti di lavoro si rimanda spesso all’articolo 1256 del codice civile che riguarda l’estinzione dell’obbligazione per causa non imputabile al debitore in quanto la prestazione diviene impossibile. Tradotto: venendo meno, per motivi non imputabili ai club, la possibilità di disputare gare ufficiali e allenamenti collettivi viene meno anche l’obbligo, almeno nel periodo in cui resta l’impossibilità di svolgere attività sportiva, di versare gli emolumenti. Certo per la A e la B il discorso è diverso perché i diritti televisivi fanno parte dei contratti collettivi e quindi, fatto salvo il resto, le società sono obbligate a versare parte degli emolumenti. Ma per la C (professionistica) e la D (dilettanti) gli introiti derivanti dalla Tv non sussistono. Se per la Lega Pro i club possono avvalersi della cassa integrazione in deroga, per la D e i campionati minori non c’è questa possibilità. E ci sono ulteriori problemi, oltre a quelli legati ai mancati incassi e agli sponsor che hanno altro a cui pensare, di carattere sanitario: spogliatoi angusti, problemi di igienizzazione dell’impianto. Protocolli che, in alcune regioni non possono essere rispettati. —
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