«Ho rinunciato al ciclismo per diventare architetto»
di VALTER NIERI
Ottimo velocista dal 1974 al 1976 ottenne 23 posti d’onore e salì 18 volte sul podio Tifoso di Merckx e Cipollini ricorda con emozione l’incontro con Van Den Bossche
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Secondo di tre fratelli, Giuseppe Lunardini, si appassionò di ciclismo quando aveva 13 anni. Uno sport che lo ha visto protagonista nei primi anni 70 e che gli ha lasciato il rammarico per avere interrotto l’attività in giovane età dedicandosi allo studio di architettura paesaggistica, un rammarico non perché non ami il suo lavoro di architetto dal quale ha avuto grandi soddisfazioni sia con una clientela privata, sia nelle istituzioni occupandosi del rinnovamento urbano e di riqualificazione urbanistica di diversi comuni italiani ottimizzando la sua carriera professionale, ma perché non ha avuto il tempo di verificare i suoi limiti sportivi. Oggi all’età di 58 anni ricorda quegli anni con tanta nostalgia. «Passavo giornate alla Tv-dice Lunardini - a guardare le corse che la Rai puntualmente trasmetteva in diretta con il commento contagioso di Adriano De Zan, per me il più grande telecronista televisivo di ciclismo che ci sia mai stato. Con la bicicletta passavo le giornate facendo il giro del cortile condominiale con i miei amici e anche da solo. Nel 1972 i miei genitori mi portarono in vacanza in Belgio e in Olanda e da li mi convinsi di fare il ciclista. Un viaggio affascinante, pensavo che quello era il paese di Eddy Merckx e di Rik Van Looy, due campioni straordinari ed ero attratto dal rispetto che i belgi avevano per la natura, dalla pulizia delle strade di ogni quartiere delle città, dalla dotazione di parchi e giardini e di piste ciclabili». «Ecco-diceva mia madre-se anche in Italia ci fosse questo rispetto per i ciclisti, ti potrei consentire più spesso di andare in bicicletta» . Fu per Lunardini un viaggio utile per studiare cosa fare da grande, che suo padre Giovanni, insegnante alle scuole medie e vice preside alla Carducci, intraprese per approfondire la sua esperienza in Botanica e trovare dei semi per la sua collezione di azalee. In un locale riconobbe Van Den Bossche, per averlo visto spesso in Tv, un gregario di Eddy Merckx e che vinse alcune corse da professionista dal 64 al 73. « Che emozione fu per me-ricorda l’architetto-lo guardavo ammirato e pensavo che volevo correre come lui. Di ritorno a casa non pensavo ad altro che alla bicicletta, ne sognavo una da corsa e spesso se credi nella forza dei tuoi sogni loro diventano realtà. In terza media vinsi una borsa di studio con 50 mila lire e dissi a mia madre: questi soldi sono miei e mi ci compro una bici da corsa. Mi recai a Borgo Giannotti e la acquistai da Guidi e Verdetti. A S. Alessio da due anni era nata la squadra ciclistica che assunse i colori della fusione di quattro rioni che caratterizzavano altrettante zone della piccola frazione. Avevo 13 anni e potevo gareggiare nella categoria di leva federale di 2.o anno, passando poi nel 1974 nella categoria Esordienti. Ero un buon velocista e mi difendevo in salita ed i risultati non tardarono ad arrivare». Dal 1974 al 1976 vinse 3 corse: una a Bagni di Lucca sotto una pioggia incessante dall’inizio alla fine aggiudicandosi il Trofeo Calzaturificio Daddo e due a Nozzano Castello, una con arrivo in leggera salita e l’altra in pianura allo sprint. In tre anni ottenne 23 secondi posti e 18 terzi. Era ormai il leader del G. S. S. Alessio e ad impedirgli un bottino più cospicuo fu Roberto Lencioni, soprannominato Carube, poi diventato un eccellente meccanico nelle squadre professionistiche. «Carube mi batteva in volata quasi sempre. Sviluppò muscolarmente prima di me, era già formato fisicamente, invece io più gracilino ma con una graduale crescita di rendimento. Mi allenava Livio Moretti, ma la tecnica me la migliorava Antonio Girotto, cugino di mia madre Maria Bonin, che mi seguiva sempre e mi dava consigli utili. Mi allenavo intensamente e volevo fare il corridore, ma in casa dovevo combattere con la costante predica: prima lo studio poi il divertimento. Per essere competitivo non aspettavo che il vento gonfiasse la vela della mia fortuna ma la fortuna me la andavo a cercare con allenamenti durissimi che mettevano a dura prova la resistenza alla fatica, necessaria per emergere in uno sport così faticoso sfidando i pericolosi tracciati, che visionavo prima della gara negli ultimi dieci chilometri in bicicletta oppure in macchina con i dirigenti della squadra» . Era corteggiato da diverse squadre ma preferiva rimanere vicino casa per tirare avanti gli studi. Si diplomò all’Istituto tecnico Carrara come geometra e saliva di categoria. «Nel 77 passai dilettante di Terza serie alla Fanini Mobiexport, una squadra gestita con competenza e professionalità ed è li che conobbi il dottor Giovanni Falai, un luminare nelle sue conoscenze sportive. Ci consigliava sempre di non fare altri sport nei momenti liberi, per non far sviluppare muscoli che avrebbero danneggiato la postura in bicicletta. Una posizione scorretta in sella ci spiegava che provoca indolenzimenti ai glutei e alla schiena. Ma la categoria richiedeva allenamenti più costanti, le corse erano più lunghe ed io preferivo dedicarmi allo studio perché mi dava più sicurezza per il futuro. La medicina sportiva e la tecnologia che avanzava mi distaccavano sempre più dalle corse. Il ciclismo che io avevo in testa era quello degli anni 50-60: eroico, duro con le strade brutte e le soluzioni di forza. Appesi la bicicletta al chiodo. Ma il ciclismo mi ha insegnato tanto. È stato determinante a formarmi il carattere, a non arrendermi mai nelle difficoltà che possono nascere nel lavoro. Mi laureai a Firenze in Architettura paesaggistica, dopo di che studiai 3 anni più uno di tesi a Genova per specializzarmi ulteriormente. Per 16 anni sono stato dipendente nel comune di Lucca facendo il geometra. Poi, non avendo possibilità di crescita nel lavoro volli sviluppare le mie conoscenze in materia e mi licenziai iniziando dal 1996 la libera professione. Ho uno studio a S. Alessio che si occupa di progettazione e riqualificazione di parchi e giardini che mi ha portato a lavorare in tutto il mondo: dal Qatar al Marocco. Sono diventato uno studioso della natura. Amo stare all’aria aperta» . Dall’83 Giuseppe Lunardini è sposato con Alessandra Coli che fa la farmacista. Ha tre figli ormai adulti: Giovanni, Marta e Chiara. Giovanni ha praticato hockey inline arrivando alla serie A con l’Empoli. Il ciclismo ha smesso di seguirlo dopo che si è ritirato Mario Cipollini, l’ultimo campione che ha seguito più per curiosità essendo lucchese e vedendolo spesso in allenamento sulle strade di S. Alessio e perché gli ricordava quando lui correva e faceva le volate lunghe per vincere le corse. Avrà però sempre un punto interrogativo da sciogliere: dove sarebbe potuto arrivare proseguendo a correre dopo che realizzò il suo sogno ed acquisì la forza di combattere e vinta la paura di gettarsi in mischia nelle volate. Poi la sua decisione coraggiosa del ritiro che testimonia la forza del suo carattere. È salito in alto come architetto, ma ha dovuto rinunciare ad una possibile carriera ciclistica.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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