Il Tirreno

Lucca

MISTER ALBE’, L’ULTIMO DISCEPOLO DI ROCCO

di Luca Tronchetti

LUCCA. Dal 1995 siede ininterrottamente sulla panchina del Giana che ha portato dalla Promozione alla Lega Pro con una ricetta universale: quella del buonsenso, del buon padre di famiglia. Perchè...

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LUCCA. Dal 1995 siede ininterrottamente sulla panchina del Giana che ha portato dalla Promozione alla Lega Pro con una ricetta universale: quella del buonsenso, del buon padre di famiglia. Perchè Cesare Albè, 67 anni, per trentotto impiegato ai preventivi nella sede di Cassina dè Pecchi alla multinazionale delle telecomunicazioni Siemens, è un Normal One. Un allenatore dilettante prestato al professionismo. Schemi, moduli, algoritmi, droni, non appartengono al suo linguaggio. Preferisce un «vai in mona» tipico del personaggio che considera il suo mito calcistico: Nereo Rocco, il Paron. Le vittorie del Giana, la squadra di Gorgonzola (20mila abitanti, famosa per il formaggio), sanno di piccolo mondo antico fatto di oratori, pacche sulle spalle, osterie, vino e pane e salame. Roba d’altri tempi, vintage. Può darsi, ma funziona. Eccome se funziona. La squadra presieduta da 22 anni dalla famiglia Damonte (industria casearia, mozzarelle in primis) si trova in un tranquillo centroclassifica ed è formata da calciatori professionisti doc (Pinardi e Bruno su tutti), ma anche da dilettanti che si accontentano del minimo contrattuale e nel frattempo lavorano nella «fabricheta» o nel negozio del papà o dello zio. Una dimensione semi-professionistica com’era negli anni Settanta: «Nel 2014, l’anno in cui abbiamo vinto la D, ci allenavamo la sera tre volte alla settimana senza neanche un campo tanto che qualche volta facevano la seduta per strada - racconta il tecnico che vive a Cassano d’Adda la terra di Valentino Mazzola e della famiglia di Giacinto Facchetti - molti dei calciatori lavoravano. Nessuno ci dava una lire e invece ce l’abbiamo fatta. E qualche ragazzo intelligente come Chiappella ha rinunciato al professionismo perché lavorava in banca. Io credo che per guardare al futuro dobbiamo ripensare al passato. Mi dicono, e mi dispiace, che la Lucchese ha problemi societari legati ai costi di gestione. In Lega Pro non ci sono ricavi e sarebbe saggio tornare al semiprofessionismo: ogni squadra dovrebbe avere calciatori dilettanti, studenti universitari o impiegati e operai, con qualche ex pro. Scommetto che i fallimenti o le penalizzazioni sparirebbero d’incanto». Maggiore di sei fratelli, Albè ha giocato nei dilettanti sino a 30 anni: «Centrocampista. Tanta volontà, poca qualità. Smisi per dare una mano all’Oratorio Pierino Ghezzi di Cassano. Sono partito dalla Terza categoria e siamo arrivati in Prima. Poi sono andato al Cassano d’Adda e dalla Promozione siamo arrivati in D. Infine nel 1995 l’esperienza con la Giana dove ho ottenuto tre promozioni. Moduli tattici? Il 4-4-2, il 3-4-1-2 o 3-5-2 non fanno differenza. Io sono per la cura del gruppo, per lo spogliatoio. Rocco è la mia stella cometa. E ho seguito quelli che sono stati i suoi «figli»: Trapattoni, Radice, Bagnoli, Marchioro, Simoni. A un Conte io preferisco tutta la vita Ancelotti. La mia più grande soddisfazione è vedere i miei ex calciatori che mi vengono a trovare in settimana nello spogliatoio». Oggi c’è la partita con la Lucchese. La Giana non vince da 4 turni: «I rossoneri sono la formazione più in salute del torneo. Non perdono da nove gare e giocano bene. È un bel gruppo, segno che l’allenatore ha saputo stringere con i suoi ragazzi un rapporto vero, solido, umano. Galderisi me lo ricordo come calciatore. Sarà un piacere stringergli la mano. Sul campo poi vinca il migliore». Rocco chioserebbe: «Sperem de no».

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