Il Tirreno

Lucca

Paladini, il macellaio-ciclista sempre tra i primi all’arrivo

di Valter Nieri
Paladini, il macellaio-ciclista sempre tra i primi all’arrivo

Negli anni Cinquanta era tra i migliori negli Allievi e nei Dilettanti Poteva passare nei professionisti, ma una caduta in allenamento gli tarpò le ali

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LUCCA. Quando uno sport come il ciclismo riesce a mitigare le amarezze, i periodi neri segnati dalla guerra e dalla fame. È il caso di Giuseppe Paladini che ricorda la sua infanzia. Nato a S. Pietro a Vico nel 1934 e legato a questo paese dove ha passato la sua vita e dove risiede tutt'ora. Solitamente nel parlare della sua infanzia uno rievoca i momenti più belli ed invece Paladini ricorda la fame, la povertà e la guerra. Ricorda gli artiglieri tedeschi che a S.Pietro a Vico piazzavano i cannoni,pronti a sparare sulla Freddana verso gli americani che scendevano verso Lucca dalla Lima. «Ero incuriosito dai loro schieramenti.-dice oggi Paladini- Per fortuna mi presero in simpatia: ero un ragazzo e loro erano indifferenti alla mia presenza. Non altrettanto fortunati furono invece in tanti altri paesi italiani dove i tedeschi mettevano in atto drastiche misure repressive, arresti indiscriminati, internamenti nei campi di prigionia e distruzioni e incendi di villaggi». I suoi pensieri erano sempre sulla bicicletta. Suo padre Corrado era stato corridore ed il ciclismo riempiva le fantasie dei suoi coetanei. Anche negli ambienti di lavoro non si parlava di altro che del dualismo Coppi-Bartali, del ciclismo più fulgido della storia italiana. Nell'immediato Dopoguerra, la fine del regime di autarchia rivitalizzò il sistema produttivo italiano e Paladini mosse i suoi primi passi da macellaio, un lavoro che ha esercitato tutta la vita e che era uno dei più comuni di quell'epoca. Aveva anche più tempo di pensare al ciclismo. Suo padre Corrado era stato un corridore e nell'ambiente di lavoro faceva il garzone di bottega alla macelleria di Alessandro Borelli in piazza dell'Arancio in centro storico.Con una bicicletta vecchia portava la carne a casa, percorrendo anche decine di chilometri ogni giorno da nord a sud di Lucca.

Il macellaio-corridore. A quei tempi quasi tutte le famiglie contadine allevavano qualche cinta per poi lavorarne la carne e fare scorta di salumi.Borelli e Paladini avevano un triciclo con il quale acquistato il capo lo portavano per lavorarlo fino alla macelleria. A volte il contenuto pesava anche 200-300 chili. Bovini, vitelli ed anche frattaglie di maiale venivano trasportate in quel modo e Paladini faceva da corriere dal negozio di Alessandro in città a quello del fratello Vincenzo che aveva un'altra macelleria a S. Anna. La sua volontà fu premiata perché Alessandro Borelli, vista la sua insistenza, un giorno l'accompagnò in Piazza S.Maria presentandogli Antonio Poli: «Questo ragazzo vuole correre, non parla d'altro che di ciclismo dalla mattina alla sera». «Antonio Poli, che era anche nostro cliente, -dice Paladini - mi dette la bicicletta e iniziai a correre arrivando sempre con i primi. Ma facevo secondo, terzo,quarto e non vincevo mai. Ero arrabbiato. Poli mi consolava dicendomi che l'importante era essere sempre con i primi». Paladini era un ragazzo esemplare. Studiava, lavorava ed aiutava la famiglia composta da suo padre Corrado, la mamma Maria Giusti e dai fratelli Dario, il più grande, e Paola. A livello ciclistico era penalizzato dalle regole della categoria Allievi di quei tempi. Doveva correre in una categoria con atleti atleti di 18 anni e lui ne aveva due di meno. Era sempre con i primi ed era pure veloce.Ma anche nel 1951 non riuscì mai a vincere. Nel 1952 a Vecchiano ebbe l'illusione della vittoria. Ma Del Pecchia ingobbito sul manubrio con un colpo di reni lo superò sulla linea del traguardo.

La prima vittoria. Finalmente riuscì a vincere una corsa prima che finisse la stagione. Su un circuito cittadino si impose sulle Mura di Lucca. Fra i battuti anche il pratese Bocconi,vincitore di due Firenze-Mare. «Andavo forte- dice Paladini-ero veloce ed anche un buon discesista. Ma poi a distanza di tempo ho capito cosa mi penalizzava. Avevo costantemente contrazioni muscolari che duravano del tempo e che non tendono a risolversi da sole e spontaneamente. Allora si correva in maniera genuina. Non c'erano gli integratori salini come oggi e nemmeno i fisioterapisti che sciolgono i nodi muscolari. Quando poi stavo bene, spesso sbagliavo le volate prendendole troppo in anticipo e piazzandomi terzo o quarto. Non avevo un diesse che mi insegnasse come si sta in corsa.Poli era molto occupato nel suo lavoro ed alle corse noi Allievi non avevamo delle buone direttive.Nel Trofeo Carlo Del Prete ero in fuga. Fui ripreso prima del traguardo e nella sprint chiuso alle transenne. Giunsi quarto.Non dimenticherò mai l'altruismo del campione italiano Franco Giorgi quando un giorno forai. »Mi disse: cambia il tubolare che ti aspetto. Campione di talento ed anche di stile.Non approfittava delle disgrazie altrui».

Il passaggio nei dilettanti. Nel 1953 passò dilettante sempre con i colori Poli: «Sono legato al Poli e tutt'oggi amico del figlio Pierluigi. Suo padre mi ha sempre voluto bene. La sua umanità non ha avuto uguali nel mondo del ciclismo sia a Lucca che a livello regionale.Poi è stato anche un buon corridore ed un competente di ciclismo come pochi. Suo figlio Pierluigi è tutt'oggi il faro del Ciclismo lucchese. Mai avrei potuto cambiare bandiera. L'esordio fra i Dilettanti fu difficile quanto positivo. I partenti passarono dagli 80 degli Allievi ai 170 dei Dilettanti. A Montecarlo mi classificai nei primi dieci. Vinse Del Carlo, detto "Sgughi",grande corridore».

La caduta e l’addio. Il 7 maggio del 1953 caddi rovinosamente sulla via del Brennero mentre stavo allenandomi. Fui vittima di una distrazione. L'amico Pietro Carrara mi chiese l'ora.Una distrazione fatale guardare l'orologio. Investì un pedone e caddi battendo violentemente la testa sull'asfalto. Mi ricordo una Topolino sulla quale mi fecero salire per portarmi al "Campo di Marte" dove mi riscontrarono una frattura alla base del cranio complicata da ematoma. Stetti in coma due giorni. Sembrava che dovessi morire. Mi aiutò essere un atleta. Il cuore degli atleti ha prestazioni superiori al normale». Nonostante tutto Paladini si rimise in sella, ma un giorno sul Quiesa ebbe dei dolori forti alla testa. I medici gli consigliarono di smettere di correre. Nel 1957 si licenziò da Borelli ed aprì una macelleria a Gragnano che ha tenuto fino al 1998 quandò andò in pensione. È sposato con Lina Bianchi ed ha due figli: Corrado(chiamato come suo padre) di anni 57 e Monica (52 anni), compagna dell'orefice di via Fillungo Vittorio Pedonesi.Oggi coltiva l'orto e tiene degli animali domestici allevando polli e conigli. Ha fatto a lungo il cicloamatore. Ha percorso in bicicletta tutti i tracciati delle grandi classiche professionistiche del Nord Europa. È andato in bicicletta fino all'età di 78 anni, recandosi tutti gli anni a Camaiore per seguire il Gran Premio. Un anno è salito anche sul podio nel terzo gradino al campionato italiano macellai. Anche in questa occasione è stato fra i primi, ma senza vincere. Da ragazzo tifava per Bartali, poi ha ammirato sia Moser che Saronni. «Il ciclismo aiuta ad essere uomini-conclude-. Peccato per quell'incidente. Avrei potuto diventare professionista ».

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