Il Tirreno

Lucca

Bonchio e la bici Un amore più forte di tutto

di Valter Nieri
Bonchio e la bici Un amore più forte di tutto

Pietro Petroni cominciò a correre e a vincere nonostante il parere contrario del padre

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LUCCA. La nidiata di corridori lucchesi degli anni Sessanta comprendeva anche Pietro Petroni al quale gli amici affibbiarono il soprannome di “Bonchio”. La tradizione ciclistica in Toscana ha radici profonde e il dopo Coppi-Bartali fu uno dei periodi più fiorenti nel numero di atleti che miravano a comprarsi una bicicletta e andare a correre. Questo era il desiderio anche di Petroni, classe ’41, nato a Capannori e per tanti anni residente a Segromigno in Monte località Vignale,figlio di Paolino, operaio in cartiera e di Eny Nannini casalinga.

Secondo di sei fratelli, “Bonchio” all'età di 12 anni lavorava già nello zoccolificio di Gino Alessandri, dove tagliava il legno e lo modellava per creare la base dello zoccolo. Davi tutti i soldi guadagnati a suo padre per contribuire alle spese di una famiglia numerosa.Un padre severo, che aveva portato Pietro a rinchiudersi in se stesso e a diventare, col tempo, incapace di esprimere i propri desideri e le proprie emozioni. Ma quando nella capanna del suo titolare di lavoro scorse una bicicletta, la sua tentazione fu troppo grande per rinunciare all'idea di farla sua. Ebbe l'approvazione di Gino Alessandri, che non la usava più. Ma aveva la preoccupazione della reazione che avrebbe avuto suo padre: «Mi ricordo sempre - dice Bonchio - che la nascondevo in un bosco vicino casa, ma una spiata in paese fu fatale a svelare il segreto. La reazione di mio padre fu veemente. “E se poi cadi? Come si fa con il lavoro?”, mi disse. Il mio silenzio e le mie paure erano però difese dalla dolcezza di mia madre che interveniva sempre a mia difesa: “Vai tranquillo,gli risposi,tanto non cado”».

Di cadute invece ce ne furono ma Bonchio copriva sempre le sue escoriazioni ai bracci e alle gambe e anche un brutto ematoma ad una coscia quando ad una curva cadde e strusciò la gamba sullo sull'asfalto per trenta metri. Cresceva in lui il desiderio di iniziare a correre ed ebbe come alleato suo zio Mario Nannini,grande appassionato di ciclismo. Si recarono assieme da Antonio Poli in piazza Santa Maria d acquistarono la bicicletta che montava il telaio Galmozzi. E così il giovane atleta segromignese si tesserò per la Lunatese nella primavera del 1958 iniziando a correre nella categoria allievi.

Mostrò subito di avere un buon ritmo nelle gambe ed una voglia matta di attaccare,specialmente in discesa dove non aveva paura delle alte velocità ma anzi si divertiva alzandosi in uscita dai tornanti per aumentare il passo. Suo padre Paolino non poteva più far niente su un figlio che entrava nell’adolescenza e che si stava formando.

Per avere più possibilità di emergere nel ’59 passò alla V. C .Coppi Lunata con due soli compagni di squadra:Manuele Pandolfi e Antonio Orsini,guidato dal ds Livio Luciani,suocero dell'attuale meccanico di San Vito Narciso Franceschi. Ma chi veramente gli insegnava i trucchi del mestiere continuava ad essere suo zio Mario Nannini, quando il lavoro (era camionista) glielo consentiva. Il ragazzo andava forte, si piazzava sovente,era un generoso ma non riusciva a vincere. Nel bar di paese gestito da Giuseppe Ciambelli nel frattempo gli sportivi cominciarono a seguirlo alle corse. Allora se un ragazzo prometteva non rimaneva mai isolato nelle sue speranze di atleta.

«Un giorno Ciambelli arrivò ad offrirmi dei soldi purché non andassi a correre, in quanto gli portavo via i clienti del bar che scommettevano su di me. Ero un attaccante nato ma purtroppo non ero veloce». Ciononostante nel ’59 acquisì un punteggio alto che gli consentì di passare l'anno successivo Dilettante di 1ª categoria.Con quella promozione poteva correre ovunque senza impedimenti di regolamento.

Passò alla Salco di Empoli, una squadra che andava per la maggiore in Toscana e che lanciò diversi professionisti come Guerando Lenzi.Nel biennio ’61-’62 corse per la Valdinievole presieduta da Renzo Stinchetti, direttore anche de Le Panteraie di Montecatini. Come avversari ebbe in quel periodo corridori che poi hanno fatto la storia del ciclismo come Felice Gimondi, Gianni Motta e Franco Bitossi. Nel 1962 arrivò finalmente anche per il corridore segromignese la tanto agognata vittoria a Prato. Attaccò a Cerreto Guidi e prima del San Baronto dove fece il vuoto, con la collaborazione del suo compagno di squadra Emilio Giribon. «Fu a quel punto - conclude Pietro Petroni - che mio zio mi propose a Fiorenzo Magni, vincitore di tre Giri d'Italia nell’epoca di Coppi e Bartali, per farmi passare professionista nella sua squadra che si chiamava Filco.Sognavo tanti soldi ed una carriera senza pensare minimamente che stavo per fare un test pericoloso che sfociò in depressione. Magni mi inviò il telaio per la bicicletta e l'abbigliamento per prepararmi ma probabilmente la mia esuberanza giovanile mi precluse il sogno.Si vociferava su di me che volevo fare come mi pareva. Amavo la caccia setacciando paludi,campagne e boschi.Preferivo cacciare merli e folaghe, trascurando la vita del corridore. Disertavo i raduni in albergo per essere riposato alla partenza delle gare, presentandomi alla punzonatura da solo dopo esserci arrivato pedalando e stancandomi. Fatto sta che ancor oggi non ho saputo il vero motivo per cui Fiorenzo Magni non mi fece passare professionista».

Sopito l'entusiasmo Petroni continuò a correre tra i dilettanti fino al ’66 con la Wilma Gilera di Navacchio ma soltanto per divertimento. Si trasferì nel lavoro in una segheria del legno alla ditta Martinelli Giuliano producendo tacchi di legno da mettere agli zoccoli ed alle scarpe ed il 21 giugno 1967 si sposò a Segromigno in Piano con Maria Pia Profetti che gli ha dato due figli: Aldo che oggi ha 48 anni e Alessandro di un anno più piccolo. È zio di Giovanni Petroni, l'unico nella famiglia ad averne ereditato la passione ciclistica con buoni risultati e qualche recente vittoria tra i dilettanti. Tornò a correre Dilettante nel 1970, dopo una pausa di diversi anni vincendo una corsa per distacco a Pescia. Nel lavoro chiuse la carriera nel settore calzaturiero lavorando a Marlia per il Calzaturificio Marilla. Petroni ha vinto poco ma a ogni corsa era con i primi. Gli mancava la stoccata vincente quella che gli avrebbe consentito una buona carriera professionistica.

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