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MI RITORNI IN MENTE

Quel muro rossonero testimone di una città unita con la squadra

di Luca Tronchetti ; di Luca Tronchetti
Quel muro rossonero testimone di una città unita con la squadra

LUCCA. Pierotti, Cisco, Nobile come Sarti, Burgnich e Facchetti o come Zoff, Gentile, Cabrini. Formazioni ripetute come un mantra da mandare a memoria e tramandare di generazione in generazione come...

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LUCCA. Pierotti, Cisco, Nobile come Sarti, Burgnich e Facchetti o come Zoff, Gentile, Cabrini. Formazioni ripetute come un mantra da mandare a memoria e tramandare di generazione in generazione come una preghiera rivolta al dio pagano del pallone che negli anni Settanta e Ottanta riempivano le domeniche vuote degli italiani. E quel Pierotti, Cisco, Nobile a Lucca è rimasto un inno al calcio rossonero da 37 anni a questa parte. Quella formazione - a cui solo un arbitraggio «discutibile» (oggi si direbbe scandaloso) impedì l’accesso alla serie B - il 12 marzo 1978 scese in campo nella partita della vita al Paolo Mazza di Ferrara contro la Spal capolista, appena retrocessa dalla cadetteria e superfavorita al ritorno nella categoria superiore. Ad accompagnata nell’impresa agognata seimila tifosi. Un vero esodo: il più importante nella storia della Lucchese che quest’anno ha compiuto 110 anni. Che tristezza pensare che domani sera al Mazza ci saranno si e no un centinaio di supporters rossonera. Sono passati 37 anni, ma pare un secolo.

Il muro rossonero. Lucio Nobile, classe 1956, era il terzino sinistro di quella grande squadra costruita da Romeo Anconetani: «Ho ancora davanti agli occhi quel muro colorato di rossonero che mi apparve all’uscita del sottopassaggio dello stadio di Ferrara. Tutta la gradinata, ma anche buona parte della tribuna era riempita dai nostri tifosi. A ripensarci ho ancora i brividi. Tutta la città, grazie alle carica trasmessa da quel condottiero che era Anconetani, ci seguì per cullare un sogno: carovane di pullman e di auto e treni speciali. Nessuno voleva mancare. Grazie a quella stagione io a Lucca vivo ancora di rendita. I vecchi tifosi mi fermano e si ricordano ancora di quella vittoria sfumata per un arbitraggio a senso unico che mandò in frantumi le speranze di un popolo che quella squadra aveva fatto innamorare. Eravamo o comunque ci sentivamo i più forti e giocavamo un bel calcio. Quella giacchetta nera ci rubò il futuro. Come l’uomo nero che appare di notte negli incubi dei bambini. La nostra storia, la storia di una città legata al calcio poteva svoltare. E invece...»

Il capitano colpito al cuore. Il primo tempo si era chiuso sul 2-0 per i rossoneri con gol di Novelli e D’Urso. La squadra aveva la vittoria in pugno. Poi l’arbitro D’Elia di Salerno (che in seguito divenne internazionale) decreto un rigore inesistente per un fallo di mano del capitano: il terzino destro Andrea Cisco. Le immagini tv da quell’anno a colori parlano chiaro: il numero 2 che si gira di schiena e la sfera calciata da un giocatore estense che gli finisce sul braccio attaccato al corpo: «Non potevo mica tagliarmelo. - racconta l’ex difensore classe 1951 che vive nel vicentino e proprio ieri è stato dimesso dall’ospedale per un intervento alla prostata - Non ci fu verso di fargli cambiare idea. Non volle consultare l’assistente (all’epoca si chiamavano guardialinee e non avevano voce in capitolo) e indicò il dischetto. Pierotti fece il miracolo, ma la sfera tornò sui piedi del povero Manfrin e la Spal accorciò le distanze. Capimmo che il destino era segnato e il 2-2 chiuse i conti con la storia. In B salì la Spal e forse la mia carriera finì quel giorno quando al rientro negli spogliatoi mi tolsi le scarpette e le gettai contro il muro. Giocai ancora un anno con la Lucchese e poi stop. Ero schifato. Forse se fossimo saliti di categoria avrei continuato sino a 35 anni. Ma indietro non si può tornare».

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