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Sereni: «Da mio papà ho imparato l’arte della difesa a uomo»

Sereni: «Da mio papà ho imparato l’arte della difesa a uomo»

L’ala dell’ArcAnthea è figlio di Giorgio, compianto terzino del Palermo negli anni Sessanta che marcò pure Sivori

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LUCCA

In poco tempo ha conquistato squadra e tifosi. Arrivato da meno di un mese Giacomo Sereni, ala, classe 1984, si è fatto subito apprezzare per il carattere estroverso e la carica agonistica. Il suo impatto in campo va ben oltre le cifre (più di 5 punti e 4 rimbalzi in 25 minuti) ed i compagni se ne sono accorti. Oltre a prenderlo un po' in giro per un'innegabile somiglianza con l'attore Adam Sandler, elogiandone l'abilità difensiva e la positività. La sua è una storia particolare. Sereni infatti viene da una famiglia orientata verso il calcio. Il padre Giorgio (scomparso due anni fa) è stato un ostico terzino nella massima serie negli anni '50-60 (Palermo e Padova) e poi allenatore di molte squadre (da annoverare la promozione in serie A con il Catanzaro nel 1977) mentre il fratello Matteo è un portiere di fama nazionale e non solo (tra le sue squadre Brescia, Lazio, Torino e anche una militanza nell'Ipswich in Premier League). Giacomo però ha deciso di intraprendere una strada diversa, anche se non da subito: «Infatti fino a 12 anni giocavo a pallone in porta, come mio fratello. Mi allenavo con i ragazzi più grandi, ma emotivamente non ero ancora pronto. Dopo un allenamento andato male tornai a casa piangendo e decisi di chiudere. Nella mia classe c'era un compagno che giocava a basket e mi ha convinto a provare». La chiusura dell'esperienza con le scarpe con i tacchetti non ha di certo intaccato il legame tra i 2 fratelli: «Abbiamo un rapporto bellissimo. Ci vediamo poco, a parte d'estate, ma ci sentiamo tutti i giorni; nonostante i 9 anni di differenza stiamo bene insieme, c'è sintonia su tante cose e condividiamo alcune passioni, come ad esempio la pesca, ma devo dire che curiosamente parliamo poco di sport». Di famiglia è rimasta una particolare attitudine all'aspetto difensivo del gioco: «Mio padre marcava il giocatore avversario più temibile, ho letto tanti articoli della Gazzetta dello sport, ad esempio dei duelli con Sivori, e questo mi ha sempre inorgoglito. Poi lui mi diceva 'anche il più grande attaccante senza palla non è nessuno' per quello giocava d'anticipo ed è una lezione che ho tenuto». «In più a Treviso fuori dal palazzetto c'era uno striscione con scritto “chi difende vince”, quindi si capisce quale fosse il tipo di cultura sportiva che ti inculcavano». Arriva alla Benetton Treviso nel 2000, 2 volte campione d'Italia, aggregato spesso alla prima squadra sotto allenatori come Messina o D'Antoni. A metà di questa stagione l'approdo a Lucca da Reggio Calabria: «Avevo sentito parlar bene di questa società e ora lo posso confermare: ottima organizzazione e splendido rapporto con i compagni»

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