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Lucca, il grido della prof precaria: «Ho investito tempo e soldi per studi e concorsi ma non è bastato». E fa un appello a Valditara

di Michele Masotti

	Carlotta Lattanzi 
Carlotta Lattanzi 

La storia di Carlotta Lattanzi, docente di Storia dell’Arte, che quest’anno insegna al liceo artistico Passaglia con orario dimezzato. Il suo caso è arrivato all’Ufficio regionale e il direttore Tagliaferri ha voluto incontrarla

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LUCCA. Quello che si aprirà oggi sarà per Carlotta Lattanzi, docente lucchese di Storia dell’Arte, l’ottavo anno da precaria nel mondo scolastico. Una condizione che accomuna la 36enne con almeno un terzo dell'intero corpo docenti di tutti gli istituti della provincia di Lucca. Una situazione purtroppo atavica che racconta meglio di qualsiasi altro fattore i mali del sistema didattico italiano. «In questi otto anni ho lavorato, studiato, conseguito titoli, superato concorsi (due, di cui uno abilitante), accumulato servizio – esordisce la professoressa –. Come molti altri docenti, ho continuato a investire nella convinzione che ogni sforzo mi avrebbe avvicinata, lentamente, a una condizione più stabile. Dopo otto anni e una selezione affidata ad algoritmi sempre diversi e imprevedibili, questa speranza è svanita. Oggi più che mai l’istruzione italiana si regge su docenti che investono per riuscire a rimanere precari. Paghiamo corsi venduti da enti “riconosciuti dal Miur (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca nda)” per continuare ad avere una supplenza, per non perdere troppe posizioni o per sperare di ottenere qualche ora in più. Per non essere superati da chi ha potuto acquistare un altro titolo. Molti di noi hanno rinunciato anche solo alla speranza di stabilizzarsi».

Un j'accuse in piena regola che ha fatto il giro del web e ha raccolto persino l'interesse dei vertici dell'Ufficio Scolastico Regionale. Il direttore Luciano Tagliaferri ha voluto incontrare la docente, ma oltre a testimoniare la vicinanza al popolo dei precari, ha potuto fare ben poco. «Anziché stabilizzare i precari riconoscendo il valore della cultura, del sapere e della crescita dei bambini e dei ragazzi, lo Stato italiano continua da anni ad attuare una sistematica epurazione passiva di questi stessi precari, immettendo nel sistema chi riesce a pagare – prosegue Lattanzi –. Così, ogni volta che il sistema cambia, il precario deve chiedersi quanto costerà adattarsi al cambiamento successivo. E il maggior paradosso è il livellamento morale e intellettuale di un sistema aspecifico, fatto di slogan vuoti e di celebrazione acritica del digitale».

La precarietà non ha soltanto dei risvolti nella sfera professionale bensì entra in modo dirompente nell'ambito privato. «Decide che cosa sia possibile progettare e che cosa debba essere rimandato – commenta amaramente la docente che insegna, con orario dimezzato, al liceo Artistico Passaglia –. Quest’anno, dopo anni di lavoro nella scuola, ho preso in affitto una casa contando su un livello di reddito che fino al 2025 avevo sempre avuto. Ho pensato: dopo otto anni di lavoro, forse posso fare affidamento su questo stipendio posso permettermi di vivere in 60 metri quadrati condivisi con il mio compagno. Pochi mesi dopo, il sistema di assegnazione delle supplenze mi ha attribuito soltanto nove ore. Il mio stipendio si è praticamente dimezzato. È questo il cortocircuito: mentre il reddito si restringe, aumenta la quantità di denaro che bisognerebbe investire per avere qualche possibilità in più di continuare a percepirlo. Bisogna pagare per la possibilità di lavorare, senza alcuna garanzia che il lavoro arriverà. La condizione esistenziale dei precari più poveri che, senza demerito, tornano indietro nelle graduatorie ha un impatto devastante sulla possibilità stessa di diventare adulti autonomi, di costruire un futuro, di invecchiare».

Carlotta Lattanzi si rivolge direttamente al ministro dell'Istruzione Valditara invitandolo ad ascoltare le richieste provenienti dagli studenti. «Il problema del precariato incontra quello della scuola – chiosa la docente lucchese –. Un sistema che costringe gli insegnanti a investire continuamente tempo e denaro nell’accumulazione di titoli sta implicitamente dicendo loro dove concentrare le proprie energie. Diventate candidati più competitivi o siete fuori. Per il ministero non siamo professionisti a cui, per sei ore al giorno, è affidata una parte della vita culturale del Paese. Stiamo costruendo una scuola – conclude – nella quale si misura il valore amministrativo di un docente assai più del suo valore educativo». 
 

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