Lucca, tossicodipendenti già a 12 anni: l'allarme del Ceis
Le sostanze e le età sono cambiate nel tempo, ma resta lo stigma nei confronti dei pazienti
LUCCA. Cinquant’anni di storia sono tanti. Sembrano un’infinità se si pensa a quanto il mondo sia cambiato dagli anni Settanta a oggi. Molti temi che un tempo venivano affrontati sottovoce sono ormai entrati nel dibattito pubblico.
Eppure, ci sono pregiudizi che sembrano resistere al tempo. Ci sono questioni che sembrano non essere cambiate mai davvero. Una di queste è l’idea che si ha di chi soffre di tossicodipendenza o è affetto da Aids. Le droghe vengono ancora considerate un vizio dal quale si può uscire facilmente, “basta volerlo”. Per l’Aids, invece, si continua a pensare che «non ci sia da preoccuparsi», perché sarebbe qualcosa che riguarda solo gli omosessuali o l’uso delle siringhe. Sconfiggere pregiudizi che incombono sulla società da decenni è un’impresa quasi impossibile, nonostante ogni giorno ci siano persone che si impegnano per farlo. La lotta contro lo stigma è necessaria, ma anche quando la mentalità collettiva fatica a cambiare resta la soddisfazione di aver salvato persone che, da sole, non ce l’avrebbero fatta. E in fondo è questo ciò che conta davvero.
Don Bruno Frediani, insieme a Monsignor Agresti, nel 1976 fondò il Ce.I.S.. All’epoca, per chi era tossicodipendente, i destini erano due: il carcere o il manicomio. Quel centro rappresentò per la prima volta a Lucca una vera alternativa e, dopo 50 anni, il suo impegno non è cambiato. Trecento tossicodipendenti, 220 emarginati, 12 persone affette da Aids, 6 mamme con i propri figli. E non finisce qui. Sono molti gli ospiti accolti nelle diverse strutture del Ce.I.S..
Durante la conferenza di ieri, Don Bruno Frediani e Sonia Ridolfi, rispettivamente fondatore e attuale presidente del Ce.I.S., hanno raccontato che cosa è cambiato davvero in questi cinquant’anni. Sebbene la sensibilità verso molti temi sia cresciuta, la tossicodipendenza continua ancora oggi a faticare a essere considerata dall’opinione pubblica una malattia a tutti gli effetti. Eppure, almeno formalmente, lo è: «Le dipendenze sono una malattia riconosciuta, presente nel manuale diagnostico del nostro servizio sanitario». «Negli anni Settanta e Ottanta – racconta Don Bruno Frediani – il tossicodipendente veniva percepito soprattutto come un emarginato o un delinquente. Gli eroinomani organizzavano tutta la loro vita in funzione del reperimento della sostanza e, per procurarsela, finivano spesso per commettere reati».
Oggi lo scenario è completamente diverso. Le sostanze costano meno, sono più facili da reperire e raggiungono molte più persone. «Negli anni Settanta il problema era legato soprattutto all’eroina e a una marginalità sociale evidente – sottolinea Ridolfi – Oggi sono tornate le sostanze sintetiche, insieme a cocaina e abuso di alcol». Nel tempo si è trasformato anche il modo di accogliere e curare le persone. All’inizio chi aveva problemi di droga arrivava spontaneamente nelle comunità, oppure accompagnato dai genitori. «Oggi, invece, il percorso passa quasi sempre dai Serd e dal sistema sanitario pubblico, che si occupano della presa in carico, della diagnosi e dell’inquadramento dei pazienti».
Ma uno dei segnali più impressionanti riguarda l’abbassamento dell’età. Se un tempo il fenomeno coinvolgeva prevalentemente adulti o giovani già emarginati, oggi interessa ragazzi sempre più piccoli. «Abbiamo aperto un progetto dedicato ai giovani dai 18 ai 30 anni e nei centri per adolescenti arrivano ragazzi dai 12 anni in su».
L’età si abbassa, ma lo stigma resta. Lo stesso vale per l’Aids. «Se si fosse capito davvero come si contrae l’Aids, probabilmente la nostra casa d’accoglienza sarebbe già chiusa» ironizza Ridolfi. «Si è sempre pensato che fosse un problema legato all’uso delle siringhe o all’omosessualità. Ora le siringhe si usano poco e comunque si sa come evitarne i rischi, gli omosessuali sanno come proteggersi, eppure la casa-famiglia è piena. Abbiamo a disposizione dodici posti a San Vito, ognuno dei quali è occupato. E ci sono sei persone in lista d’attesa».
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