Il Tirreno

Lucca

L’intervista

Luigi Lazzareschi racconta i 60 anni della Sofidel: dalle corse in bicicletta nel piazzale al colosso mondiale passando per gli spot “Rotoloni Regina”

di Valentina Landucci

	Il 20 maggio la tappa del Giro partirà da Porcari, a destra Luigi Lazzareschi
Il 20 maggio la tappa del Giro partirà da Porcari, a destra Luigi Lazzareschi

L’azienda fu creata dal padre Giuseppe insieme all’amico Emi Stefani: oggi fattura 4 miliardi di euro e conta 9.500 dipendenti

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LUCCA. È difficile ricordarsi la prima volta che ha messo piede in azienda. Sicuramente da bambino andava «in bicicletta nel piazzale dell’azienda» racconta «ora non si potrebbe più - sorride - per motivi di sicurezza». Più facile forse intuire perché il lavoro cominciato da papà Giuseppe e dall’amico Emi sia diventato una passione: «La mia infanzia l’ho passata in mezzo alle macchine - prosegue - Il mondo dell’industria mi è sempre piaciuto». Luigi Lazzareschi ha 63 anni. L’azienda di cui oggi è Ceo, Sofidel, ne festeggia quest’anno 60. E appunto si comprende bene come quella che era "solo" la Fine Paper di Porcari - «un nome che fa anche un po’ ridere oggi, però suonava bene a quel tempo, perlomeno ai due fondatori» continua Lazzareschi - ed oggi è un colosso da oltre 4 miliardi di euro di fatturato, 9.500 dipendenti, presente in 12 Paesi in Europa e 12 Stati negli Usa, rappresenti più di una passione, semmai una intera vita. Di quella capacità di «evolvere e modificarsi» che ha caratterizzato Sofidel, Luigi Lazzareschi, la sua famiglia e la famiglia Stefani si sono fatti motore per tagliare, appunto, il traguardo dei 60 anni seguendo una strada in salita. Faticosa sì, ma con una direzione chiara: l’alto. Non si arriva a un traguardo del genere per caso, specie con questi numeri.

Come ci si riesce?

«Sicuramente le basi iniziali sono state ben costruite da mio padre e dal suo amico Emi Stefani che hanno improntato l’azienda sulla longevità: una strategia di avere impianti costruiti momento per momento e con collocazioni strategiche. Lucca, poi, ha avuto sicuramente una grande importanza e favorito uno sviluppo incredibile: tutta la filiera del settore cartario è presente qui, e ancora oggi a Lucca ci sono tante sinergie che hanno aiutato diverse aziende a svilupparsi, non solo in Italia ma anche all’estero».

Immagino che abbia messo piede in azienda per la prima volta prestissimo.

«La mia infanzia è lì che l’ho passata, in mezzo alle macchine, ho cominciato a andare a bicicletta sul piazzale della nostra prima azienda a Porcari».

Cos’è che le piaceva del mondo della carta dove lavorava suo padre?

«Il mondo dell’industria mi è sempre piaciuto. Vedere lavorare materiali diversi l’uno dall’altro, metterli insieme per realizzare un prodotto, mi ha sempre attratto. E mi piaceva il fatto che fosse un prodotto così, di largo consumo, essenziale, un prodotto che comunque aveva la possibilità di evolvere e modificarsi nel tempo. Il fatto poi di essere entrato in azienda full time dopo i miei studi mi ha dato anche la possibilità di vedere crescere in maniera significativa i marchi che nascevano proprio in quegli anni. Il marchio Regina è nato circa 30-35 anni fa. Mi ha appassionato la crescita dell’azienda, l’internazionalizzazione e negli ultimi 14 anni l’evoluzione negli Stati Uniti. Tutti passaggi che sono stati fatti nel tempo, con lungimiranza, senza pensare necessariamente a dei ritorni di breve periodo, quindi su basi solide. Abbiamo probabilmente avuto anche un po’ di fortuna. Certo sono state prese delle decisioni giuste, ma le situazioni, riviste in momenti successivi, mi fanno dire che la fortuna un po’ ci ha aiutato. Negli Stati Uniti, per esempio, siamo arrivati con un investimento relativamente modesto ma credo proprio al momento giusto: un mercato che stava crescendo notevolmente, dove abbiamo investito e che oggi vale oltre il 50% del nostro fatturato. Penso di poter dire che oggi non sarebbe possibile ripetere la stessa esperienza per noi e probabilmente anche per altri, perché le condizioni sono cambiate».

Quali sono i segnali di questo cambiamento che risultano maggiormente preoccupanti?

«Noi lavoriamo su due aree, quella europea e quella statunitense. Sono realtà che stanno andando a velocità diverse e con risultati sicuramente diversi. Gli Stati Uniti vedono una crescita ancora importante, soprattutto nel mercato Private Label, e consentono una buona redditività. Mentre in Europa, per diversi fattori, oltre alla poca crescita di mercato dovuta anche ai trend demografici, c’è sovracapacità produttiva, e le crescenti importazioni asiatiche stanno indebolendo la nostra struttura produttiva. Io sono sicuramente favorevole alla concorrenza, purché sia leale, ma quando questa diventa "sleale" - perché i prodotti non rispettano gli standard ambientali che per noi europei sono importanti e significano costi per poter mantenere un’alta qualità e sostenibilità, o perché il prodotto viene venduto anche sottocosto magari grazie a incentivi impropri, insomma secondo standard di mercato non paragonabili a quelli europei - il risultato è che rischiamo di offrire su un piatto d’argento il mercato europeo a qualche operatore asiatico. E il rischio non è tanto, per Lucca, quello di vedere perdere competitività da parte delle imprese produttrici di carta come noi, ma è quello di vedere piano piano aggredita tutta la filiera, quindi anche i produttori di macchinari e di altre materie prime».

Su questo fronte esiste un problema di scarsa consapevolezza da parte del consumatore che, in nome di un risparmio facile, non tiene conto della provenienza e delle condizioni di produzione di ciò che acquista? E in relazione a questo una responsabilità pubblica e anche privata di investimento nello sviluppo di questa consapevolezza?

«Sì, il consumatore finale probabilmente non è stato sufficientemente sensibilizzato. Non sa esattamente se è un prodotto ha delle certificazioni sociali o ambientali rigorose, né tantomeno ad esempio quali siano le diverse certificazioni forestali che esistono. E la responsabilità è un po’ di tutti, anche nostra. C’è chi potrebbe pensare che da un consumatore disinformato alla fine si possa ricavare un vantaggio. In realtà ci rendiamo sempre più conto che così non è. Io penso che sia necessario promuovere un consumo più responsabile, e questo ci favorirebbe anche quando il consumatore fa le sue scelte d’acquisto. In questo senso fondamentale è anche la collaborazione con i nostri clienti, la grande distribuzione. Credo, insomma, che si tratti di attivare un po’ tutta la nostra filiera per arrivare ai consumatori stessi. Credo anche che lavorare di più con i media, con chi fa informazione, aiuterebbe ad accrescere la consapevolezza delle persone. Come settore e come associazione di categoria cercheremo di porre dei limiti a importazioni di prodotti che provengono da chi opera in condizioni, come si dice, di competizione asimmetrica. Esistono già normative europee in materia, che potrebbero essere implementate e fatte funzionare bene: se tutti ci credessimo veramente sarebbero già oggi utili a limitare parte dei danni che derivano da quelle importazioni».

Abbiamo accennato alla comunicazione. La storia di Sofidel e in particolare di Regina è costellata di spot per certi versi rivoluzionari, con personaggi inventati o in carne ed ossa entrati a far parte del patrimonio di tutti. Quale le è piaciuta di più?

«Una delle prime dei Rotoloni Regina, se non mi ricordo male: quella in cui due carcerati tentano la fuga utilizzando la carta igienica per calarsi dalle celle e uno dei due viene scoperto perché resta a metà della discesa: ha finito la carta. Mentre l’altro, che usa il Rotolone Regina, riesce a fuggire. È stato tra gli spot più divertenti in grado di spiegare immediatamente il prodotto. Ma devo dire che ogni nuova campagna pubblicitaria sembra sempre più bella della precedente».

Mi diceva che da bimbo andava in bicicletta sul piazzale dell’azienda. Il prossimo 20 maggio riuscirà a portare lì, proprio dove pedalava lei, i più grandi campioni del ciclismo internazionale.

«Questa passione per le due ruote viene da lontano. Mi è sempre abbastanza piaciuto andare in bicicletta. Quest’anno celebriamo il 60esimo anniversario attraverso tante attività. Una di queste è la sponsorizzazione del Giro d’Italia con il marchio Regina. È una grande competizione sportiva, ma è anche un modo per far vedere un po’ tutte le bellezze che abbiamo in Italia a tutto il mondo, perché è un evento che ha una grandissima visibilità internazionale. E ci fa un enorme piacere che una partenza di tappa, l’undicesima, sia proprio qui da Porcari, e sia stata denominata, non a caso, "Porcari (Paper District) - Chiavari, per dedicarla all’intero distretto cartario e per valorizzare tutto il territorio. È una scelta, forse succede così man mano che uno invecchia, dettata più da un aspetto filosofico e affettivo che economico: la volontà di restituire qualcosa del molto che abbiamo ricevuto dal territorio. Valorizzare chi ci ha dato una mano a crescere nel tempo».

Ha paura dell’intelligenza artificiale?

«Forse non piace a nessuno. Ma alla fine penso che tutte le nuove invenzioni non si possono disinventare, non possiamo tornare indietro. Sicuramente ci sono aspetti etici indiscutibili e aggiungo che non so quanto, in definitiva, l’intelligenza artificiale potrà avere a che vedere con la produzione della carta igienica. Intanto abbiamo creato un dipartimento ad hoc per seguire esplicitamente l’evoluzione dell’intelligenza artificiale».

E invece la preoccupa la difficoltà, che si registra anche nel mondo della carta, a trovare nuove risorse umane?

«Il settore cartario non è così attrattivo oggi, anche per lo stile di vita delle nuove generazioni. Parliamo di impianti che devono essere in funzione 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Sempre meno giovani sono disponibili a lavorare a queste condizioni. E in parallelo c’è la questione che ci sono meno giovani in assoluto per la crisi demografica».

Concorrenza sleale, costi energetici, calo demografico. È un futuro pieno di punti interrogativi…

«Non è una prospettiva brillante e luminosa, ma sicuramente la nostra azienda come le altre riuscirà a trovare una via. L’importante è fare qualche cosa, non restare lì ad aspettare senza fare niente».

Quella di Sofidel è una storia che nasce da una amicizia: qual è il valore dei rapporti umani per il successo di un’azienda?

«Il valore dei rapporti umani è stato fondamentale nella storia di Sofidel. Questo è forse uno dei segreti del successo delle imprese manifatturiere italiane: l’amore per il lavoro e i rapporti che si instaurano nell’azienda in cui si lavora. All’estero è difficile trovare un collaboratore che veramente ama il proprio lavoro e costruisce rapporti positivi con la propria azienda e i propri colleghi, spesso si trovano persone che vengono a lavorare solo per portare a casa lo stipendio. Esiste poi nel nostro settore un altro aspetto che caratterizza i rapporti tra aziende. I rapporti personali, i legami reciproci tra imprenditori che cercano di aiutarsi nei momenti di difficoltà. Nel 1988 una delle nostre aziende andò a fuoco e in quella circostanza molti dei nostri concorrenti ci aiutarono a garantire il rifornimento dei nostri prodotti sul mercato. Non lo dimenticheremo mai e negli anni a nostra volta abbiamo contribuito ad aiutare altre imprese quando si sono trovate in difficoltà. È giusto competere ma quando c’è da aiutarsi credo che, facendolo, si rafforzi tutto il settore. Come si dice in questi casi: non è possibile fare i ricchi in un mondo di poveri, un’azienda va bene se anche le altre aziende vanno bene».

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