Lucca e il caso dello storico Chiosco, parlano i Pepi: «Chiudiamo perché la politica è incapace»
I gestori dell’attività aperta nel 1955: «Adesso destra e sinistra si rimpallano le colpe ma entrambe hanno le loro responsabilità in questa vicenda»
LUCCA. Ci sono l’amarezza per una storia che si chiude, la consapevolezza di aver seminato ricordi imperituri nella memoria di tanti lucchesi, ma anche la rabbia per come la vicenda è stata affrontata dalla politica – di destra e di sinistra – che oggi la usa come clava per accusare l’avversario, senza mai assumersi le proprie responsabilità.
Un vortice di emozioni si mescola nelle parole di Luca Pepi, che con la madre Luana, il padre Eugenio e la sorella Sonia ha portato avanti il “Chiosco da Piero”, aperto nel 1955 dal nonno e divenuto un punto di riferimento per generazioni di lucchesi. Dopo aver annunciato la chiusura – arrivata a seguito di un contenzioso finito al Tar e del blocco delle concessioni – Pepi non nasconde l’esasperazione per il teatrino dei rimpalli tra centrosinistra e centrodestra, che ieri hanno commentato la notizia. E – interpellato dal Tirreno – chiarisce la sua posizione, senza giri di parole.
«Siamo rimasti schiacciati dalla burocrazia e dai regolamenti – dice – ma io non ce l’ho con tecnici e dirigenti, che si limitano ad applicare le norme. Ce l’ho con la politica, che in tutti questi anni non è mai stata capace di riunire tutti i soggetti coinvolti intorno a un tavolo per costruire una soluzione condivisa che permettesse alla nostra attività di andare avanti. Per questo mi viene da ridere quando vedo destra e sinistra accapigliarsi sul nostro caso: mi viene da ridere perché nel 2018, quando la vicenda è cominciata, i ruoli erano invertiti. E chi oggi accusa, allora approvò un piano del commercio che ignorava e condannava completamente realtà come la nostra».
Pepi non risparmia critiche nemmeno a chi oggi governa la città: «Ho letto che il Comune sostiene di aver fatto tutto il possibile per favorire uno spostamento dell’attività e garantirne la continuità storica. Bene: dicano pubblicamente quali soluzioni hanno proposto, perché a me non risulta nessuna ipotesi reale che consentisse di far proseguire il chiosco in quanto tale. La nostra situazione era nota: avrebbero potuto metter mano al regolamento per il commercio, disciplinare l’attività di chioschi come il nostro – attività in sede fissa che fanno somministrazione e manipolazione e di alimenti – e mettere a gara le licenze. Ma non è accaduto. In generale, per attività come la nostra, che fanno parte della storia della città, purtroppo non sono bei periodi, basti vedere quel che è accaduto al chiosco Nelli nell’ultimo mercatino di Natale».
La sua è una denuncia che fotografa bene la natura grottesca e kafkiana della vicenda: «Le leggi cambiano e le attività devono adeguarsi, lo capisco. Ma noi non siamo rimasti con le mani in mano: abbiamo speso soldi e tempo per architetti, avvocati, progetti, rendering, ricorsi e incontri con Suap, edilizia privata, Soprintendenza e assessori vari. Ogni volta, però, bisognava ricominciare da zero, con nuovi interlocutori che non sapevano nulla di quanto discusso in precedenza. È stato come telefonare a un call center: ogni volta un operatore diverso a cui rispiegare tutto daccapo. Così non se ne esce. Nel 1986 abbiamo presentato richiesta di condono e in tutti questi anni il Comune non ci ha mai risposto. Alla fine ci siamo arresi, stremati. In teoria avremmo potuto fare un nuovo ricorso, ma sarebbe stato solo l’ennesimo capitolo di una battaglia infinita, una lotta contro i mulini a vento».
Negli ultimi anni i Pepi hanno resistito più per amore che per interesse economico: «Mantenere l’attività in questo contesto è stata dura, se andavamo pari era già tanto – spiega Luca –. Per fortuna non dipendevamo esclusivamente dal chiosco: io ho il mio lavoro (nell’ambito degli impianti elettrici, ndr), mia sorella nell’amministrazione scolastica, i miei genitori hanno le pensioni. Ma abbiamo fatto il possibile per andare avanti perché il chiosco era parte della nostra storia familiare e della comunità lucchese. A chi dice che eravamo spesso chiusi rispondiamo che non dipendeva soltanto da noi – conclude Pepi – purtroppo non ci mettevano nelle condizioni di lavorare serenamente».
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