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Rapina violenta in villa a Montecarlo: condannato il capo della banda
La Cassazione dice no a un nuovo processo: pena finale di 8 anni e mezzo
MONTECARLO. Lui si è sempre difeso sostenendo che quella sera era con l’amante. Ma tre gradi di giudizio dicono il contrario con la Cassazione che ora chiude il caso dichiarando inammissibile il ricorso dei legali di Agron Hasani, 43 anni, kosovaro, residente a Cascina. Dopo la condanna in primo grado a 10 anni e mezzo, in appello la pena era scesa a 8 anni e 6 mesi per una rapina violenta avvenuta in una villa a San Salvatore di Montecarlo la sera del 27 febbraio 2017.
I ricorsi
Nei loro ricorsi gli avvocati Tiziano Veltri e Pierpaolo Santini avevano chiesto un nuovo processo giustificato, secondo la tesi della difesa, dalla testimonianza di una donna che avrebbe dovuto confermare l’alibi del loro assistito. Una richiesta respinta dai giudici della Suprema Corte. Hasani è stato riconosciuto colpevole di rapina pluriaggravata, lesioni aggravate e sequestro di persona in concorso con altre quattro persone. Vittima del raid della banda la famiglia dell’imprenditore Giovanni Pieroni ex titolare del concessionario “Pieroni Moto”.
Le botte
L’uomo venne colpito alla testa con il calcio di una pistola per intimidirlo e costringerlo ad aprire la cassaforte dalla quale furono presi orologi di pregio e monili in oro per un valore di 70-80mila euro. In casa c’erano anche moglie e figlia, terrorizzate dai banditi, «se chiamate le forze dell’ordine vi uccidiamo», tutti a volto coperto e armati di pistola e cacciavite. Durante la fuga a bordo di una Skoda, in uso ad Hasani ma intestata ad altri, il conducente in direzione della Valdinievole perse il controllo della macchina vicino alla rotonda di Macchie di San Piero a Pescia andando a sbattere contro un muretto. Un testimone vide uscire dall’auto, abbandonata sul posto, diverse persone incappucciate e una teneva in mano un sacchetto bianco che con ogni probabilità conteneva la refurtiva.
Le prove
La prova ritenuta decisiva dalla difesa, che non è stata accolta dalla Cassazione, riguardava una donna «che avrebbe dovuto confermare l’alibi del ricorrente, secondo il quale questi avrebbe trascorso la notte dei fatti insieme ad una prostituta con la quale aveva da tempo una relazione, ma della quale non aveva saputo indicare le generalità» si legge nelle motivazioni del no a un nuovo giudizio in appello.
Sono stati sette gli elementi che hanno convinto i giudici dal primo grado alla Suprema Corte della colpevolezza di Hasani. Il possesso della Skoda utilizzata dai rapinatori in occasione del colpo e anche in occasione di una perlustrazione un paio di giorni prima, secondo il riconoscimento effettuato dai vicini di casa dei coniugi Pieroni; il rilevamento di materiale biologico riconducibile ad Hasani sul volante della Skoda, oltre che di suo cognato su una bottiglietta d’acqua rinvenuta nel veicolo; il rossore al volto, negato da Hasani, ma constatato dai carabinieri di Cascina il giorno successivo alla rapina, in occasione dell’adempimento di un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria; l’acquisto di guanti e fascette (videoregistrazione in un negozio di Fornacette il 21 febbraio 2017 alle 16, 55) rinvenuti nella Skoda, in coerenza con le testimonianze delle persone offese, che hanno riferito che tutti i rapinatori indossavano guanti durante la rapina; l’alibi falso o comunque inattendibile fornito dall’imputato; la pluralità di elementi emersi dal dibattimento con le dichiarazioni di quest’ultimo in ordine al momento in cui avrebbe venduto l’auto utilizzata per la rapina; le intercettazioni dei colloqui di Hasani con la convivente, in carcere, con riferimenti a una persona dal nome compatibile con quello di uno dei rapinatori, indicato come tranquillo nella sua abitazione.
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