Essity, sindacati preoccupati: ipotesi vendita di tre stabilimenti
Nel vertice in Regione il gruppo ha detto che si tratta di una possibilità realistica e riguarderebbe i due impianti di Porcari e quello di Collodi (350 dipendenti)
LUCCA. Ipotesi vendita per tre dei quattro stabilimenti Essity della Piana Lucchese. Sintetizzando al massimo è questo quanto emerso nell’ultimo confronto tra azienda, rappresentanti dei lavoratori e istituzioni. L’azienda specializzata nella produzione del tissue nella Piana impiega circa 600 dipendenti, suddivisi tra lo stabilimento di Collodi, nel comune di Pescia appena al di là del confine con la provincia di Pistoia, quello di Altopascio e i due di Porcari (in via XXV Aprile e al Frizzone, al confine con Capannori). Nel vertice con la Regione, sostengono i sindacati, l’azienda, a proposito di una vendita degli impianti di Porcari e Collodi (per un totale di circa 350 dipendenti), avrebbe parlato di ipotesi realistica. Resterebbe fuori dal discorso lo stabilimento di Badia Pozzeveri ad Altopascio dove i lavoratori (250 dipendenti). Destini diversi che paiono confermare quelli che erano i timori dei sindacati i quali, a suo tempo, si opponevano alla scelta di puntare sul “private label”, ossia sulla lavorazione di prodotti senza marchio da destinare ad acquirenti terzi (come la grande distribuzione) che poi vi avrebbe apposto il proprio logo. Si tratta proprio della produzione degli impianti di Porcari e di Collodi, mentre dallo stabilimento Altopascio, che resterebbe di proprietà del gruppo, escono i prodotti con i propri marchi, come i brand Tempo o Tork.
All’incontro convocato dall’Unita di Crisi Lavoro della Regione c’erano i rappresentanti delle istituzioni locali (Comuni di Pescia, Capannori, Altopascio e Porcari) , i sindacati e le Rsu, e i rappresentanti aziendali del Gruppo Essity Divisione Private Label, ossia Handy Woodburn, Giulia Bisogni e Claudio Fumasoni, con il rappresentante dell’Associazione Industriali Toscana Nord Fabrizio Moretti.
«I rappresentanti aziendali, a partire da Woodburn – scrivono Simone Tesi di Slc Cgil, Massimiliano Bindocci di Uilcom Uil, Federico Fontanini di Fistel Cisl e le Rsu – hanno rappresentato quelle che sono le strategie note del Gruppo Essity: core business focalizzato su produzione e commercializzazione di prodotti che offrono un elevato margine di ritorno dei capitali investiti, in tempi ridotti; riconoscimento che il mercato del tissue non offre stabilmente queste condizioni (il capitale necessario per gli investimenti è alto, il ritorno non è immediato e presenta tempi piuttosto lunghi, la profittabilità è molto variabile), che il mercato si è spostato molto in questi anni, con i consumatori che stanno privilegiando i prodotti a marchio privato piuttosto che le grandi marche e che il private label rispetto al brand ha caratteristiche diverse, a partire dai margini di guadagno ridotti, a una più alta competitività, alla necessità, secondo l’azienda, di avere una struttura industriale dedicata per favorire la velocizzazione delle operazioni industriali. Da qui, la decisione di creare una divisione apposita che si è, da subito, accompagnata all’altra decisione di avviare una revisione strategica, tra le altre, anche su questo business, poiché il futuro di Essity viene confermato in quelle attività che presentano un profitto meno volatile, un ritorno degli investimenti con alte marginalità di guadagno in tempi brevi. L’azienda è stata molto franca nell’ammettere che una decisione non è stata ancora presa, ma che l’ipotesi della vendita completa o parziale delle private label è realistica, anche se non hanno chiaro chi potrebbe essere interessato all’acquisizione né in che tempi potrebbero arrivare manifestazioni di interesse all’acquisto. Potrebbe anche accadere che venga deciso il mantenimento, sempre all’interno di una cessione, di una partecipazione societaria; quella di conservare la proprietà con l’attuale assetto è stata presentata come un’ipotesi residuale, che abbiamo giudicato poco probabile, e l’abbiamo fatto anche più volte presente. I tempi per il completamento di questa revisione strategica, affidata a una banca, sono stati dichiarati incerti, un anno, forse due. La Regione ha affermato che quanto era stato spiegato non offriva una visibilità del futuro di Essity e che è evidente un riposizionamento dell’azienda, che fa preoccupare per il mantenimento dei siti produttivi e dei relativi livelli occupazionali. Pertanto, ha proposto un “accordo di garanzia” convenuto da tutte le parti: il mantenimento dei 4 siti produttivi con i relativi livelli occupazionali; il proseguimento degli investimenti programmati sui siti con una loro ulteriore specificazione; la conferma dell’impegno alla tenuta occupazionale sui 3 siti coinvolti; la proroga dei contratti in scadenza del personale assunto a tempo determinato, anche predisponendo un piano di riassunzione del personale cessato dai precedenti rapporti di lavoro a tempo determinato; la disponibilità ad un percorso di confronto e monitoraggio, con tutte le parti presenti, istituzioni comprese. L’azienda, pur dichiarando la difficoltà a esprimersi sull’accordo di garanzia ha dato disponibilità a valutare un testo che ha chiesto alla nostra parte di elaborare e presentargli».
Le parti si sono impegnate a rivedersi a settembre, facendo precedere l’incontro da un confronto conclusivo sul piano industriale. Parallelamente le parti hanno convenuto sulla necessità di organizzare un incontro analogo con la “Divisione Brand” del gruppo (assente in quest’occasione) per discutere delle prospettive per lo stabilimento di Altopascio.
Perplessità vengono comunque espresse da Massimiliano Bindocci (Uil), che ha seguito la vicenda: «La trattativa è delicata e dobbiamo evitare di fare accordi bellissimi con impegni che nessuno mantiene. Dobbiamo sottoscrivere un impegno reale e concreto con la garanzia politica della Regione, ma vincolante, piuttosto che una garanzia assoluta che poi è inesigibile e si può solo affiggere in bacheca. La Uilcom è il sindacato della concretezza. Non fa sponde con la politica o accordi solo per far bella figura. Questo accordo può essere poi il modo con cui chiudere un integrativo che vede i due stabilimenti di Porcari ancora senza intesa sul premio ed indietro anche sui buono pasto rispetto ad Altopascio e Collodi».
Interpellata, l’azienda dice di ravvisare inesattezze nel testo diffuso dai sindacati, e si riserva di fornire a tempo debito la propria posizione». l
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