Niente licenziamenti alla San Ginese. Un anno di cassa cercando un acquirente
Accordo sottoscritto in Regione: la proprietà torna indietro sulla chiusura dello stabilimento annunciata il 31 gennaio
CAPANNORI. «Ci siamo ancora»: una frase, quella utilizzata da Amedeo Sabato, il sindacalista della Fai Cisl che dall’inizio aveva seguito la vicenda, che sintetizza bene quanto avvenuto allo stabilimento San Ginese. Quello che, appena due mesi fa, sembrava un destino segnato per i lavoratori della storica latteria, si è trasformato in una speranza per il futuro. Certo, restano nodi da sciogliere, i lavoratori dovranno passare dalla cassa integrazione e i due contratti a tempo determinato, su 26 dipendenti, non saranno rinnovati. Ma l’accordo firmato venerdì cambia completamente orizzonte rispetto a quello che i lavoratori della San Ginese avevano davanti appena il 31 gennaio. Risale a quella data infatti la lettera con cui la Arborea, società sarda che ne è proprietaria, annunciava di voler chiudere lo stabilimento di Capannori e di licenziare tutti e 26 i dipendenti che vi lavorano.
Subito partì la mobilitazione. Dei sindacati, delle istituzioni, ma anche e soprattutto dei lavoratori che organizzarono una singolare forma di resistenza: non lo sciopero, ma il lavoro e l’appello ai consumatori ad acquistare i prodotti San Ginese, per dimostrare che quello stabilimento era importante, che non era un peso per la proprietà. Quella mobilitazione aveva portato a un risultato importante, con la disponibilità della proprietà a trovare un’altra strada. Una disponibilità che si era tradotta in un accordo di massima già lo scorso 10 marzo. Venerdì, al tavolo (il primo in presenza) convocato dal consigliere del presidente della Regione Giani per lavoro e crisi aziendali Valerio Fabiani, quellìaccordo è diventato un atto sottoscritto: i rappresentanti di Arborea, i sindacati, le Rsu, l’unità di crisi e Arti, hanno sottoscritto il patto che conferma la cassa integrazione per un anno per i 24 lavoratori attualmente in carico (i 26 iniziali meno i due contratti a tempo) e un percorso per la reindustiralizzazione del sito.
«Nel dettaglio l’accordo prevede lo stop ai licenziamenti con il ricorso ad un ammortizzatore sociale – ha detto Valerio Fabiani – allo stesso tempo sono stati definiti gli impegni finalizzati alla reindustrailizzazione del sito: Arborea si impegna, fra le altre cose, a incaricare un advisor specializzato con la missione di fare scouting e favorire e supportare il possibile processo di reindustrializzazione. Per chi acquisisse l’azienda verrà inoltre messa a disposizione una dote economica, insieme ai vari asset aziendali, compreso il marchio. Abbiamo compiuto un passo decisivo ma il nostro impegno continua».
«Dopo che i tavoli tecnici si erano conclusi con un niente di fatto – si legge sulla nota di Cgil e Cisl – la Regione ha riconvocato le parti rendendosi parte attiva nella ricerca di un accordo capace si di tutelare i lavoratori che il territorio. Dopo due mesi di incontri e di trattative l’azienda ha accettato di siglare l’accordo con la Rsu rappresentata da Marina Biasuzzi, la Flai Cgil rappresentata da Mirko Borselli, la Fai Cisl rappresentata da Massimiliano Gori e Amedeo Sabato e con la confederazione regionale della Cgil rappresentata da Mirko Lami. L’accordo prevede l'individuazione da parte dell'azienda di un advisor a cui verrà conferito il mandato per trovare nuovi acquirenti, mettendo a disposizione le attrezzature, i fondi e il marchio San Ginese . Nello stesso accordo è prevista l’apertura della Cigs oltre a un piano di incentivazione all’esodo finanziato da Arborea per tutti i lavoratori, l’impegno della Regione ad aprire un percorso di politiche attive per le maestranze volto anche al loro reinserimento nel mercato del lavoro con nuove mansioni. Le organizzazioni sindacali, ritengono importante il risultato ottenuto, per niente scontato, di fronte a un’azienda che da tempo ha mostrato di voler lasciare il territorio toscano, concentrandosi solo su quello sardo. Purtroppo le leggi italiane danno ancora la possibilità alle aziende di abbandonare i siti produttivi, lasciando le maestranze senza lavoro e senza futuro. La sottoscrizione dell’accordo permette di utilizzare gli insufficienti strumenti legislativi per rendere possibile la reindustrializzazione della fabbrica».
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