Il musicista Marco Bachi: «A Genova un grido di speranza divenne mattanza»
Vent'anni dal G8: il componente della Bandabardò rievoca il concerto tenuto il giorno della Diaz
LUCCA. «Il grido “speranza” diventa un urlo, diventa mattanza». Enrico Greppi, in arte Erriquez, leader della Bandabardò scomparso a febbraio, descriveva così, in “Fine delle danze”, quel che avvenne a Genova nel 2001. Marco Bachi – 53 anni, capannorese doc e musicista del gruppo – non trova di meglio per raccontare quei giorni. Del resto al G8 Bachi c’era: si esibì con la “banda” in uno dei tanti eventi collaterali. Vent’anni dopo il ricordo dei “fatti di Genova” è ancora impresso nella sua testa.
Bachi, come eravate arrivati a Genova?
«Per un concerto, una delle tante attività che si tenevano in città in quei giorni. La più importante o quella di cui ci si ricorda di più è il concerto “clandestino” di Manu Chao. Noi, invece, ci dovevamo esibire in un giardino un po’ decentrato rispetto alla zona rossa e all’area degli scontri. Non ricordo il nome di quella piazza, ma la vista sì: si poteva vedere il carcere di Marassi. Suonammo il pomeriggio e poi accompagnammo Paola Turci in alcuni pezzi chitarra e voce. Sul palco dovevano salire anche i Bisca, un gruppo militante napoletano e al riguardo mi viene in mente un piccolo aneddoto: il loro sequencer si ruppe all’ultimo momento, non potevano mandare le basi e così mi chiesero di suonare con loro».
Qual era il clima che si respirava in città?
«Il giorno prima era morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda e ricordo che con Erriquez ci si interrogava sul da farsi, ovvero se fosse o meno il caso di suonare. Alla fine salimmo sul palco e le cose andarono bene».
Poi cosa avvenne?
«Tornammo in albergo, accendemmo la televisione e capimmo cosa stava succedendo: era la sera della mattanza alla scuola Diaz e i telegiornali mostravano le prime immagini. Come tutti quelli della mia generazione, avevo degli amici a Genova ed ero preoccupato per loro. Quel manicomio ci lasciò sconcertati e preoccupati. Il giorno dopo siamo ripartiti, ma la sensazione di disagio e di paura che quella notte mi ha lasciato addosso non l’ho mai dimenticata».
Cosa ricorda di quella straordinaria mobilitazione, in particolare giovanile, e dell’atmosfera all’interno del movimento?
«Ricordo un’esperienza bellissima. Inizialmente era tutto fantastico: la maggior parte delle persone erano lì per manifestare pacificamente: volevano far sentire la propria voce ai grandi della terra, chiedevano partecipazione, equità, giustizia sociale. Poi successe il finimondo e, per citare “Fine delle danze” la speranza mattanza. I black bloc? C’erano, ma erano meno dell’1 per cento dei partecipanti, infiltrati chissà da dove e da chi. A ripensarci oggi, quel che è accaduto appare ancor più incredibile: persone che erano a Genova solo per manifestare pacificamente massacrate dalle forze dell’ordine senza alcun motivo, solo perché passavano da una strada al momento sbagliato. Pareva di essere in Argentina durante la dittatura. C’è gente che porta ancora i segni di quel massacro».
Secondo lei, il Paese e le sue istituzioni hanno fatto i conti con quella pagina nera della democrazia?
«Non mi pare. Le persone responsabili dell’accaduto sono state tutte promosse. Non voglio neppure entrare sulla dolorosa questione di Carlo Giuliani e di piazza Alimonda, mi basta pensare alla caserma di Bolzaneto o alla scuola Diaz. Gente massacrata dalla polizia solo perché trovata a dormire in una scuola. Mi pare ancora allucinante».
Oggi sarebbe possibile un’altra Genova?
«In termini di mobilitazione faccio fatica a pensarlo. Le manifestazioni oceaniche adesso le vediamo solo quando vincono le squadre di calcio. C’è un disinteresse diffuso verso l’ingiustizia. Veder uccidere un giovane palestinese a Gaza è normale. Così come pare normale morire raccogliendo pomodori per due euro oppure annegati in mare mentre si cerca di scappare dalla povertà o dalle torture delle carceri libiche. C’è un aspetto che rende il tutto ancor più paradossale: per quelli della mia generazione sapere cosa succedeva nelle altre parti del mondo non era una cosa semplice. Internet non era diffusa e le informazioni erano frammentarie. Per aggiornarsi bisognava ritrovarsi in gruppo e scambiarsi libri, articoli e idee. Oggi, invece, siamo sommersi dalle informazioni e tuttavia siamo insensibili a quel che accade. È come se tutto questo sapere avesse anestetizzato le nostre coscienze, rendendole insensibili alle violenze e alle ingiustizie. La disuguaglianza è ormai istituzionalizzata e quindi accettata».
La generazione dei venti-trentenni di allora aveva la forza di indignarsi.
«Ho vissuto la stagione della Pantera, dell’impegno politico e dei movimenti studenteschi degli anni Novanta. Molti dei ragazzi che erano a Genova arrivavano dalle stesse esperienze. Le cose che chiedevamo allora, magari passando per velleitari, oggi sono di dominio comune: penso alle questioni ambientali, all’economia circolare, all’attenzione ai bisognosi. Ci facevano passare per ecoterroristi, ma basta guardare quello che è successo in Germania pochi giorni fa per capire che avevamo inquadrato i problemi in anticipo. Erriquez amava ripetere che è una questione di geografia, ovvero tutto dipende dalla parte del mondo in cui nasci. E in questo chiaramente non c’è merito o demerito alcuno, perché non dipende da noi».
È più tornato a Genova?
«Sì, diverse volte. Per delle iniziative con Don Gallo o con la stamperia del carcere di Marassi. È una città straordinaria ma la cicatrice del G8 la porta ancora addosso».
L’esibizione della Bandabardò concluse l’enorme manifestazione nazionale del 2002 a Firenze. Che ricordi ha di quell’esperienza?
«Un’esperienza bellissima di cui purtroppo ci sono pochi documenti. Era il 2002 e c’era grande tensione perché si temeva che potesse accadere nuovamente quel che era capitato a Genova. Ma la gente non ebbe paura. Un milione di persone arrivò a Firenze per partecipare alla manifestazione e alle iniziative organizzate dal Social forum. È stato uno dei più grandi eventi sociali del nostro Paese e molte delle rivendicazioni avanzate in quei giorni erano micidiali e si sono rivelate giuste. Il referendum sull’acqua pubblica, vinto poi nel 2011, è figlio delle rivendicazioni di quegli anni. Conservo di quei giorni un ricordo fantastico».
Tornando a Genova, la stagione delle battaglie sociali è definitivamente sepolta?
«Dipende da come andranno le cose. Se ci sarà il boom dei licenziamenti è possibile che la gente scenda di nuovo in piazza. Del resto i motivi ci sono: c’è chi si permette di mandare a casa 422 persone da un giorno all’altro solo con una mail. Purtroppo oggi la politica interessa solo chi governa e non credo ci sia qualcuno che abbia la voglia e la forza di ribaltare il tavolo o solo di provarci. Quanto all’anima nera dello Stato, esiste sempre. Gli abusi di potere non sono cessati, basta citare i casi di Cucchi o di George Floyd per rendersene conto».
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