Italia
Uomo mite e perseverante
L’arcivescovo Giulietti: «Viveva la politica come una missione» Il ricordo di Tambellini tra pubblico e privato
Gianni Parrini
LUCCA. Mitezza, perseveranza, impegno. Sono queste le parole che più ricorrono nell’omelia dell’arcivescovo Paolo Giulietti. Non conosceva di persona Mauro Favilla, ma attraverso il racconto di altri ha potuto capire e apprezzare chi era e cosa rappresentava per Lucca. Dopo la lettura di un episodio dell’Esodo, il monsignore dal pulpito della chiesa di Santa Maria Forisportam ha preso la parola per commentare la lettura del testo evangelico e rivolgere un pensiero alla scomparsa dell’ex sindaco: «Mosè stava sulla breccia, davanti a Dio e in nome del popolo – ha detto Giulietti –, allo stesso modo Mauro si è speso per il popolo della sua città. Lo ha fatto con mitezza, impegno e perseveranza e ha vissuto la politica come una missione, come una forma alta della carità cristiana, che consiste nel prendersi cura degli altri. Non siamo nel deserto dell’Esodo ma in una crisi sanitaria molto importante. Non sono molti gli uomini che si prendono cura e portano il peso delle responsabilità, soprattutto perché il popolo ha una “dura cervice” e a volte è più facile assecondarne i desideri piuttosto che stare sulla breccia. Lui lo ha fatto e per questo gli siamo grati e oggi riceve gratitudine e stima da parte di tutti noi. Anche se la nostra consistenza è autentica soltanto quando si appoggia sul messaggio di Dio, perché solo Dio non passa».
Particolarmente genuino e autentico è stato il ricordo del sindaco Alessandro Tambellini che ha voluto parlare del suo rapporto con Favilla sia negli incontri pubblici, sia in quelli privati. Si parte da una data ben precisa: «Il 22 maggio 2012 ci incontrammo a palazzo Orsetti e lì mi consegnò la fascia di sindaco – che Tambellini mostra dal pulpito – Fu un momento di passaggio intenso e carico di responsabilità. Favilla è stato un personaggio di grande spessore, che ha accompagnato la storia della città nel momento del suo maggiore sviluppo. E lo ha fatto con la moderazione e l’intelligenza di cui disponeva».
Subito dopo Tambellini ha dato spazio all’aspetto privato del rapporto: «Lo ricordo quando veniva a trovare sua zia Adele, a 30 metri da casa mia – dice –. Una volta mi chiese se potevo pulire e coltivare un pezzo di terra di sua madre. E così feci. Era una persona con cui ho dialogato spesso. Veniva a trovarmi anche a palazzo Orsetti, oppure mi telefonava. L’ultima volta otto giorni fa: era affaticato anche se diceva di aver superato la fase peggiore. Ci lasciammo con l’impegno di rivederci quanto prima. Non è andata così e oggi siamo qui a salutarlo. L’arcivescovo rammentava come tutto passa per tornare polvere. Ma tale annichilimento può essere parzialmente fermato dall’idea del ricordo. E di Mauro io ricordo la razionalità che lo guidava, l’acutezza di pensiero, l’affabilità della persona, la capacità di interpretare la comunità per leggerne la storia e riproporla verso il futuro». —
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