Meteo
Dipendenti dell’artigianato non ricevono un euro da mesi
Da ottobre e in molti casi da settembre non viene versata la cassa integrazione Fabio Bertei (Cgil): «Soltanto in Lucchesia dramma per migliaia di persone»
Luigi Spinosi
LUCCA. Da ottobre, e in alcuni casi anche da settembre, senza stipendio. Una situazione insostenibile come si può facilmente comprendere, ma anche una situazione assurda, perché i soldi ci sono pure, il difficile è farli arrivare nelle tasche di chi ne ha diritto. Stiamo parlando del “Fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato”, in sigla Fsba, in pratica la cassa integrazione dei dipendenti artigiani. I soldi per pagare i lavoratori rimasti a casa – complice quel maledetto Covid – sono stati stanziati, «ma per colpa della burocrazia si stanno registrando difficoltà a versarli a chi ne ha diritto», spiega Fabio Bertei, responsabile del settore artigianato della Fiom Cgil.
Soldi che questi lavoratori costretti all’inattività forzata non riescono a portare a casa da mesi, e sono tanti: «Parliamo di migliaia di persone solo nella nostra provincia – riprende Bertei – a inizio del lockdown, quasi un anno fa, in Lucchesia erano 8.500 le persone in Fsba, adesso che però molte attività hanno ripreso quel numero è calato, ma restano comunque moltissime le persone che non lavorano e che devono fare affidamento sulla cassa, nell’ordine appunto delle migliaia. Questo perché anche nel caso delle attività che son ripartite in molti casi non lo hanno fatto a pieno organico. Per fare un paio di esempi, molti parrucchieri ed estetisti, per rispettare le regole sul distanziamento, lavorano con meno dipendenti. Oppure i panifici, visto che le quantità di ordinativi in molti casi si sono ridotti (per esempio per i mancati ordinativi di ristoranti e alberghi), non lavorano a pieno organico. E lo stesso esempio si potrebbe estendere al calzaturiero, al metalmeccanico, alla falegnameria, al lapideo e così via».
Per sostenere queste persone era stata attivata appunto la Cassa, alias Fsba, ma chi ancora sta aspettando di rientrare al lavoro da parecchio tempo non riceve nemmeno quei soldi: «Siamo in gran parte fermi a settembre. Il mese di ottobre è stato pagato all’incirca a solo il 30 per cento delle imprese, per novembre dicembre e gennaio ancora non è stato versato un euro. Si tratta di persone, e dietro di loro di famiglie, che sono veramente in crisi, che ci chiamano tutti i giorni per segnalare il dramma che stanno vivendo. Noi cerchiamo di fare pressione come Cgil a livello regionale e locale. Abbiamo segnalato questa cosa anche in prefettura».
E come corollario di questa situazione drammatica si aggiungono anche storie particolari, quelle di chi oltre a non ricevere soldi, subisce anche indirettamente un forte pressione psicologica: «Ci siamo accorti – chiude Bertei – che alcune aziende costrette a rinunciare a una parte dei dipendenti tendono a tenere a casa sempre le stesse persone, a non farle ruotare. E questo porta a pensare, in chi rimane a casa, che in caso di tagli di posti di lavoro sarà il primo a essere cacciato. Meno male che c’è il blocco dei licenziamenti». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
