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Lucca

Covid, dopo 21 giorni liberi solo a metà

Gianni Parrini
Covid, dopo 21 giorni liberi solo a metà

Trascorse tre settimane chi non ha sintomi è considerato guarito anche se positivo. Ma le ditte chiedono il tampone: chi paga?

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Tre settimane. È questo il tempo che i soggetti positivi al tampone, asintomatici o paucisintomatici, devono aspettare per essere considerati clinicamente guariti e interrompere l’isolamento. Tutto questo anche se l’esame molecolare continua a rilevare tracce del coronavirus nel loro organismo. Sono i cosiddetti “positivi a lungo termine” che in base a una circolare del ministero della Salute del 12 ottobre hanno visto ridursi il loro periodo di isolamento indipendente dalla positività virologica. Una decisione presa sulla base delle indicazioni provenienti da alcuni organismi internazionali (OMS ed ECDC) e del parere formulato dal Comitato Tecnico Scientifico. Secondo la letteratura medica le tracce del virus rilevate dal tampone dopo il 21° giorno e in un soggetto senza sintomi da almeno una settimana sono residui morti e inattivi del coroanvirus che pertanto non rendono il soggetto contagioso per gli altri. La misura è stata introdotta anche per sgravare i laboratori in una fase in cui era importante soprattutto processare “primi tamponi”, e in second’ordine per liberare i soggetti clinicamente sani, visto che in diversi casi la negativizzazione è arrivata anche dopo un paio di mesi.

Alla fine dei 21 giorni il soggetto riceve un certificato di guarigione clinica da parte del dipartimento di Prevenzione e tale documento pone fino al suo isolamento. Tuttavia il ritorno alla normalità non è completo, tant’è che a questi soggetti spesso non è consentito rientrare al lavoro o a scuola in presenza.

Il motivo? Il classico pasticcio all’italiana. Le indicazioni contenute nella circolare del ministero della Salute del 12 ottobre, infatti, non sono state recepite nel Dpcm del 3 novembre, che nell’allegato 12 indica modalità diverse per il rientro al lavoro: «L’ ingresso in azienda di lavoratori già risultati positivi all’infezione da Covid dovrà essere preceduto da una preventiva comunicazione avente ad oggetto la certificazione medica da cui risulti la “avvenuta negativizzazione” del tampone». Le indicazioni, dunque, sono opposte per questo aziende e lavoratori si sono trovati spiazzati e hanno chiesto chiarimenti a medici e Asl ma le risposte non sono univoche. In questa situazione chi può lavora da casa, mentre chi non può è costretto usare ferie e permessi in attesa del tampone negativo perché il medico di famiglia che ha in mano il certificato di guarigione clinica dell’Asl si trova in difficoltà nel dire che il suo assistito è malato. E poi c’è un’altra questione: il nuovo tampone chi lo paga? L’Asl che considera il soggetto guarito, l’azienda che lo richiede o il lavoratore? Nessuno lo sa. —

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